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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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Percorro il muragliene lungo il Tevere per cogliere. dall'alto la smisurata (e fatiscente) architettura del San Michele, tentata di contare le centoquattro finestre, richiamata dalle graziose candide cornucopie, esse sole intatte, alle puellas zoccolantes per le quali almeno in parte fu edificato, zitelline e vecchietti e fanciulli, tutto così enorme (la metà del Louvre) ad attestare il paterno munifico amore del padre terreno, alias papa Innocenze XII, per i suoi figli reietti. Tentata di guardare al Tevere qui incantevole _ che vista da quelle finestre _ verde calmo aleggiato di gabbiani. Infine domandandomi come mai i bambini finiscano nel corridoio smattonato con tanto sperticamento di locali. Ero venuta al San Michele in taxi e scesa non so dove senza rendermi conto che del fiume ai vetri. Il Gabelli sembra l'appendice di questo gigantesco corpo. Lasciando il terrapieno a Porta Portese _ vi arriverà il fermento del mercato domenicale _ lo identifico all'angolo della Ripa Grande. Credevo di trovare il solito vetusto convento riadattato, invece nacque proprio correzionale. Dando un'occhiata in giro scopro sul retro, all'ingresso dell'epoca, la targa rimasta biancolatte con le cornucopie. "Clemens XI Max _ Perditis adolescentibus corrigendis instituendisque ut qui inertes oberant instructi rei publicae serviant." L'ingresso odierno è quale si conviene allo stile odierno: pesante, tetro, color carcere o questura fin dall'androne, stessa vernice grigia e stesso odore. Fuori ho visto le sbarre, formidabili. Suppongo che qualcuna ne sia stata tolta, magari una, inaugurativa, per la stampa e i paparazzi. Dall'esterno, al grido di giù le sbarre. Questo è dunque il Gabelli, definito la fabbrica dei delinquenti e che continuerà a esserlo fino a quando l'edifìcio reggerà. Lo sfaldamento è lento ma inesorabile. Ci lavora il tempo. Al telefono avevo sentito che la mia visita, imposta, sarebbe stata sgradita. Pure oltrepasso le famigerate mura. Lunga anticamera punitiva. E finalmente l'accoglienza. Sostenuta. Devo spiegare al direttore un equivoco. Chiedo di poterlo spiegare ai ragazzi. Non intendevo, e non potevo, riferirmi al Gabelli nello scritto incriminato, al quale m'era stata data cocente risposta sul giornaletto del centro. Quando entriamo nella piccola redazione della Tradotta, ricolma d'un confortevole disordine cartaceo, tré ragazzi si girano scrutatori. Tre detenuti. Presentazione: due redattori, un cronista. Facce intelligenti, modi compiti dignitosi. E freddi. Sono io a dovermi giustificare. Ascoltano rispondendo solo a domande dirette, brevi ritenuti, senza le frasi (ma non erano un po' retoriche, un po' troppo conformiste?) della vibrante reazione sulla Tradotta. Faccio notare che anzi nominavo il Gabelli per l'iniziativa delle camerette singole. Sorvolo sulle sbarre. Le cose grosse terribili sono avvenute purtroppo, altrove. C'era lo "studente" in cui uno dei giovani redattori ha creduto di riconoscersi. E poi forse la descrizione dei locali (ma questo un convento non è) e l'ammutinamento, avvenuto anche qui senza però uccisioni (ma si sa di pestaggi collettivi) insomma un complesso di apparenti concomitanze per cui si era potuto ritenere che una persona mai entrata al Gabelli, lavorando di fantasia e con intenti denigratori, avesse buttato giù quel pasticcio di menzogne per sbalordire il pubblico. Ciò che avrebbe indignato i ragazzi e gettato una nerissima ombra di disistima sulla stampa cosiddetta libera. Meglio la Tradotta, più onesti e sinceri noi reclusi... debbo intendere questo? Non parlano che a monosillabi, non sembrano convinti dell'equivoco. (Era poi possibile?) Insisto a giustificarmi senza però ritrattare ne mitigare, fatti che mi constano personalmente. Qui devono reputarsi fortunati se hanno le camerette singole. Il direttore non mostra di notare il se. E hanno un giornale. (Conformista, un po' retorico, con aneliti di redenzione, privo di lagnanze.) Mi viene in mente che l'iniziativa di una redazione potrebbe, anche, rappresentare un modo per tener separati i figli di famiglia incappati, come suoi dirsi, in un infortunio. Tutto è a posto nel grande locale _ a parte tetraggine e sordidezza ineliminabili da certi ambienti _ sul percorso della visita. Incontriamo gruppi intenti a varie occupazioni o in libertà nei cortili, che s'arrestano e chiamati per nome s'impalano con le facce inespressive che i ragazzi sanno presentare. Musetti fanciulleschi, qualche notevole fisionomia, grinte ingrugnature. Il direttore, bell'uomo ancora giovane, denti bianchissimi, ha per tutti un sorriso (conosco questo paternalismo) ma non ottiene corrispondenza alle sue amabilità (d'occasione?). La mano amichevole sfuggita prontamente come una minaccia, parole scherzose accolte con sguardi ostili o sorpresi, cordiali richiami che fanno trasalire alle spalle. Riconosco l'atmosfera. E si acutizza la diffidenza. In altra maniera inespressive le facce del personale, uniformi, spente e insieme dure. Tranne quella piena di carattere del direttore: scaltra, a rifletterla, coi suoi denti bianchi da carnivoro. Il mestiere incide. Ve ne sono che non si esercitano a lungo senza esserne danneggiati nella più intima sostanza umana. Mi domando fino a che punto questi uomini abbiano subito l'inevitabile indurimento professionale. Con quelli della mia provincia mi sono familiarizzata, posso avere perfino una qualche influenza, usare un certo controllo, essere d'aiuto ai ragazzi. Qui è diverso, le proporzioni e la specie, tutto quanto vi si scarica di corruzione delinquenza violenza ferocia. Costretti dal potere, sia chi ne usa sia chi lo subisce. So che ci sono letti di contenzione (da morirci sopra) celle di punizione (da impazzirci dentro) è il sistema a renderli necessari e perpetuarli. Mi fanno pena un po' tutti, ma i ragazzi i ragazzi... Preferirei smetterla di andare avanti. Non vedrò se non quello che mi si concederà di vedere. Impossibile far aprire ogni uscio e del resto una branda in uno sgabuzzino non significherebbe niente, le fasce di contenzione o le camicie di forza si ravvoltolano e si mettono via. Non potrò parlare con nessuno dei reclusi se non in presenza dei carcerieri. Invariabilmente rispondono che si sta bene, che si mangia bene. E poi guardano il direttore gli agenti. A volte li guardano prima. Si sta magari relativamente bene, essi comunque pensano il contrario. Invece si presenta l'imprevisto. Mentre siamo nell'infermeria portano, sanguinante e stravolto, uno che ha tentato il suicidio nel cellulare. Spinto per le braccia cammina come ubriaco. Un ragazzone del quale, girandomi, ho visto la nuca incolta e la schiena in camicia sussultante. Trema tutto. Un fremito nervoso rabbioso, geme e digrigna. S'è tagliato i polsi e la gola con una lametta. Solita storia, frequente tra gli adulti. Ah, un simulatore. Recidivo, era uscito da poco. Il pentimento, vergogna di ripresentarsi al paterno direttore, mi si dice. Durante la medicazione è tenuto in piedi, non pensano a farlo sedere. Al lavaggio che scola alcool rosso, le ferite appaiono superficiali. Vede? Vedo, può essere una finzione, già. E se invece non gli è riuscito in tempo? Uno stratagemma per ottenere il ricovero in infcrmeria e l'indulgenza. O per sfuggire al primo impatto. Il convulso non cessa, sbatte i denti. A me sembra paura, paura nera. Quando passiamo nelle cucine qualcosa mi sfugge. Non noto niente di particolare. Il solito tanfo delle cucine di comunità, una bagnatura in terra melmosa, due minori sguatteri dalle facce ebeti (uno con la patta sbottonata: è forse per questo l'imbarazzo?) il cuoco che corre attorno. Un vero cuoco, grasso e col berrettone bianco. Ma pare agitatissimo, con tutta l'aria dell'uomo colto in fallo. Il ragazzo sbottonato si tiene di sbieco a braccia dondoloni. Qualcosa non va. La voce pacata del direttore aumenta l'agitazione del cuoco, trema e balbutisce. Presenta, come gli viene richiesto, una porzione. Il tocco polposo del baccalà nuota in un lago d'olio, inverosimile. E devo scansarmi perché il piatto balla addirittura nelle mani del poveruomo. Come stesse davanti agli aguzzini. Domando piano se è malato, l'agente mi guarda sorpreso senza rispondere. Scendiamo nell'ultimo cortile. Alte muraglie, il sole arriva a lama per traverso. In mezzo l'albero. Un abete. Terra grigia battuta come terra bruciata e l'abete natalizio unico verde vivente nella città chiusa dei ragazzi. Da una tal quale emozione questo verde di natura e non a me soltanto. Si scioglie la formazione strategica da visita ufficiale, ci mettiamo tutti intorno. È stato un dono di Natale, poi i ragazzi hanno voluto piantarlo. Se ne avvicina qualcuno spontaneamente e vedo infine vere facce di ragazzi. Sorridono. Sorride il direttore con la sua nitida dentatura. Sorridono gli agenti. Domando incredula se davvero ha attecchito. Molte voci me lo assicurano. E tutti stiamo intorno a rimirare spalla a spalla. Sicuro che ce l'ha fatta, dice un raga2zo senza essere interrogato. Incontro gli occhi lustri di un ricciutone. L'agente alla mia sinistra, scelta una cima più chiara, la stringe fra due dita. È una cima nuova, odorosa. Si porta le dita al naso aspirando con delizia. Viene redarguito, mani si sporgono a difendere la tenera cima strizzata. No no, dice il direttore, non sciuparla. E anche le loro facce appaiono diverse. Li riconosco. Sono gli stessi coi quali ho frequenti contatti. La piccola gente di vita grama _ impiegatucci di improbo impiego _ che rientrando stanchi a casa si prendono i bambini sulle ginocchia. Magari ancora pensando con allarme a quegli altri, i figli traviati degli altri, che hanno in difficile custodia. Quanto difficile anche ai buoni padri trattare i propri figli "cattivi." E guardando il direttore _ci sorridiamo _ penso alle tante volte che mi è capitato di alzare la mano su un bambino per una carezza e vederlo pararsi. Ecco qua una nobile faccia, un valoroso uomo assillato da irti problemi, in cerca dell'ardua strada che conduca ai giovani cuori induriti. Essi pure guardano forse me in altro modo, caduta la diffidenza, quel senso d'intrusione malfida che può ispirare la stampa. È un reciproco riconoscimento umano, il riconoscimento di tutte le buone intenzioni che ci animano, per influsso dell'albero. Un albero di Natale che conserva la sua virtù: sempre qui, vigilante, a braccia larghe, con l'aria d'immolazione d'un crocifìsso. ... le buone intenzioni di cui è lastricato l'inferno...

15 IL PARRICIDA

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