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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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Qualcuno comunica: due detenuti. Ma il presidente tiene a precisare che i due minori in uniforme, con l'agente in borghese, appartengono all'Istituto di Osservazione. S'inizia l'anno giudiziario con un richiamo allo storico decreto che trasformò il vecchio riformatorio (o correzionale o anche reclusorio) in Centro di Rieducazione, secondo la targa appostavi. Inoltre si butteranno giù le sbarre. Non come al Gabelli di Roma con pubblicizzata cerimonia, partecipazione della stampa e radio (è ancora proibito introdursi fotografare, la TV sta nascendo riservata) ma pure saranno tolte. Quando, non si dice. Ricomincia a fine gennaio la normale attività: udienze il primo e l'ultimo venerdì del mese. Per l'occasione un certo concorso di avvocati, malgrado il freddo. In piedi alla panca i due ragazzi si presentano nella nuova uniforme blu decorosa, camicia azzurrina, cravatta nera da lutto meridionale, mantellina corta come quella militare di una volta (i resti del grigioverde si finirà di consumarli "in casa"). Devono entrambi rispondere di furto. Altri tre ladruncoli a piede libero attendono nel corridoio. Nessuna violenza stamattina. La percentuale dei furti è sempre alta, secondo le statistiche costituisce il 60% dei reati _ ivi compreso il furto campestre, taglio di legna e pascolo abusivi _come è stato detto inaugurando dal presidente. Seguono quelli di natura sessuale. I consueti reati dei minori, età ricorrente 15-17 anni, cause principali: miseria analfabetismo, sottosviluppo. Una o due volte l'anno capita il peggio. C'è stato un parricidio, è in istruttoria il " delitto cavernicolo." Viene chiamato dalla panca Luigi D. "Prese" danaro al padrone, che dopo la vendemmia non volle pagargli la sua parte di lavoro perché aveva mangiato troppa uva. S'introdusse in casa. Avrebbe detto: se mi coglie l'ammazzo. Nega. Sono sette fratelli, sono poveri. Insiste su quel rifiuto del padrone a pagare il compenso. Alla vendemmia si mangia finché "se ne tiene in corpo." Incensurato. Perdono. Giuseppe P. arriva dal corridoio, si dirige alla parte opposta. Anche lui sedicenne, ma corporatura da uomo, la porta con disagio, legnoso inferito. Grandi piedi, mani rosse e gonfie. Un voluminoso pastrano militare gli fa le spalle quadre. Deve rispondere di piccoli furti in natura, ne ammette due, dice che lo forzarono a confessare il resto. Come si volge, disorientato, per raggiungere la panca, rivela una faccia esigua, bambinesca, occhi pavidi curiosamente annidati sotto le sopracciglia. SÌ è appreso che il padre ha un tirassegno ambulante e sette figli, non è mai andato a scuola. La richiesta del perdono viene dallo stesso pubblico ministero, cui s'associa l'avvocato d'ufficio. Oltre la normale procedura minorile, oggi è giornata d'indulgenza. Davanti alla panca, affiancati in piedi _ non si pensa a farli sedere _ adesso sono in tré. Un quarto s'è introdotto in aula alla chetichella, andando ad appiccicarsi al termosifone mentre nessuno gli badava. Siamo a dodici gradi sottozero, sarà partito all'alba per venir giù da uno di questi paesi di montagna. Anche i testimoni hanno l'aria intirizzita. Il caso seguente porta alla monotona udienza un po' di animazione. Taglio di legna abusivo, resistenza a pubblico ufficiale. Antonio D. colto nel bosco del comune con certi paletti di carpine nero _di proprietà dello zio, sostenne _ gli fu sequestrata l'ascia, tentò di riprendersela e la guardia cadde. La guardia giurata è un vecchio (bisogna cercarlo al gabinetto) in larghe brache di velluto, baffoni bianchissimi, rubizzo ma tentennante sulle gambe. "Be'," dice, "rivoleva l'ascia e io non gliela volevo ridare." " Allora è lui che ha fatto resistenza, " sfugge all'avvocato sonnacchioso. Il vecchio sembra propenso a ritrattare. "Scoppole non m'ha date, col paletto non m'ha dato." Lo si ammonisce e tace. Al suo fianco Antonio mostra la nuca con un taglio di capelli casalingo un po' rognoso, le orecchie staccate dalla rasatura, canine. Nel ridiscendere la pedana sorregge il suo antagonista. Questa specie di furti, che ha un'alta percentuale nelle campagne, com'è risultato dalla prolusione, non può tuttavia considerarsi indice di delinquenza minorile. Ma Antonio D., unico fra i cinque di famiglia abbiente e persino in possesso, oltre a qualche palmo di vigna, del "diploma" di quinta elementare, viene condannato. A suo carico un precedente: furto di ciliege. Gli s'infligge una pena mite con la condizionale. È il turno dell'altro minore in uniforme. Quindicenne, pallidissimo, macilento, un'aria logora. Rubò qualche dolciume e qualche sigaretta allo spaccio di caserma dove faceva servizi: abuso di prestazione d'opera. Non avevo mai un soldo, dice. E provoca un rabbuffo del presidente sulle solite frasi a effetto, l'avevi preparata chi tè l'ha messa in bocca. Orfano di guerra, due sorelle, la madre inserviente nella stessa caserma dei carabinieri. Con lui si procede senza ritirarsi in camera di consiglio: perdono. Assegnato a rieducazione (come metterlo in collegio alleggerendo la famiglia, le donne). Guarda i giudici con occhi adulti, disperati. L'ultimo, che si stacca a malincuore dal termosifone, è Benito T., un piccoletto, occhi cigliuti micanti da bestiola. Avrebbe rubato nel comò mentre lavorava in una casa a seguito del mastro muratore. (Il portafogli venne ributtato nel portone della casa, intatto.) Nega, affermando che gli fu estorta la confessione a calci in culo. La solita storia, può magari rispondere a verità, ma a dargli credito dove si andrebbe a finire, per principio bisogna rintuzzarla. Ciò che il presidente fa con asprezza. Letta la sentenza, spiega che il perdono non significa essere assolti (a quelli del centro non occorre spiegare niente, sanno già tutto come legali). Esprime la convinzione che a questo Benito ladro e bugiardo il perdono non gioverà: lo rivedremo lo rivedremo, per ora vattene. (Altri congedano con un meccanico: e non commettere più reati.) È un presidente anziano, stizzoso e scettico, il suo comportamento non sembra ispirarsi alle solenni dichiarazioni inaugurali. Inevitabile che ogni uomo porti se stesso sullo scanno del giudice: la sua bonomia o la sua durezza, il suo acume o la sua mediocrità. Ve ne sono di austeri e di scherzosi, di irascibili fino al furore, di plateali come se recitassero per un pubblico, di gelidamente affabili. Rari i paterni, gli umani. L'autorità della legge neutralizza l'umanità come elemento di debolezza. Lavoro difficile, in cui la deformazione professionale è più vistosa e grave che in qualsiasi altro, compreso quello del medico. Dicono (celie fra gli avvocati) che il giudice bello sia più raro del prete bello. E sembrano tutti senza famiglia, dediti a una castità non certo come voto ne impegno, ma conseguenza di una condizione in realtà assai particolare e tormentosa. L'avvocato no, l'avvocato è sempre bello, lui non deve condannare, lui deve aiutare, aiuta anche il delinquente. Si termina in un paio d'ore, udienza rapida e agevole, ordinaria amministrazione. Il profano resterebbe deluso, aspettandosi qualcosa di diverso, che so, del fervore, date le premesse. Resto delusa io stessa. Essendo dalla parte dei ragazzi e presa dagli aspetti umani, rimango tetragona alla comprensione della procedura, incapace di penetrarne i segreti, il meccanismo. Continuerò sempre a stupirmi del risultato in anni mesi giorni _ quasi aspetto l'aggiunta di ore _ che esce dall'alchimia del codice, e multe e spese fino alla lira. Altra impressione da profani è che l'avvocato generalmente non serva. Per regolarità procedurale basterebbe quello d'ufficio, agli incensurati applicandosi automaticamente la legge col perdono. L'avvocato anzi a volte disturba, impone lungaggini inutili, irrita. Sono ascoltati con riguardo i principi del foro, i vecchi i giovani i modesti con sopportazione, perfino consultando l'orologio, togliendo addirittura la parola. C'è ruggine. Gli avvocati abusano della psicologia, hanno sempre in bocca Freud o Lombroso, secondo l'età. Al contrario i giudici sembra non ne tengano alcun conto, come se il codice la escludesse facendo prevalere la lettera. Non appaiono psicologi neanche nel modo di trattare il ragazzo, d'interrogarlo, cercare di capire com'è, almeno le cause del comportamento. E ci sarebbe, oltre la psicologia del minore, da interpretare quella di chi ha messo per iscritto i primi verbali, compilato le informazioni. Qui ragazzi ne passeranno tanti entro l'anno, un centinaio. D'altronde sono stati perdonati, anche quell'unico con la condizionale che non comporta l'iscrizione al casellario giudiziario. (I perdoni che deludono la parte avversa: "cornuto e mazziato" ha detto un contadino.) Tutto è predisposto per l'indulgenza dalla legge speciale che istituisce il giudizio sui minori, manca soltanto la prevenzione. È stato come sempre, ormai da anni. L'aula troppo grande estranea e fredda. Negli intervalli il fumo delle sigarette subito accese ed emesso in fretta dagli avvocati in gruppo fra loro o attorno al PM. Uno che si dimentica d'indossare la toga, occorre richiamarlo alla dignità della funzione. Sfuriate e strapazzate a chi dimentica di cavarsi il cappello. Iterati richiami agli imputati che si tolgano le mani di tasca, e ce le rinfilano, via le mani, tornano nervosamente a insaccarle, via via quelle mani, non se ne accorgono, confusi e spaventati. Quel: guardatelo, che alcuni PM hanno come intercalare. Mette alla gogna. (Ed è l'età che vorrebbero scomparire. L'età che tentano di coprirsi coi lembi della giacca. Erezioni importune. Visti al centro. A scuola i più grandi e bambini che si masturbano ingenuamente sotto il banco. Ma in tribunale, capire perché gli succede, è impressionante, forse la paura, uno sconcerto violento di paura come al momento dell'impiccagione.) Richiami ai testi che non sanno dove volgere gli occhi, da quale parte parlare, non capiscono perché, interrogati dal pubblico ministero debbano rispondere al presidente: parla con me, rivolgiti a me. Sembrano ignorare là difficoltà di comprensione degli imputati e dei testimoni, incapaci di un linguaggio accessibile. (Passaggi dal voi al lei quando si presenta persona di ceto, abito talare, una signora, riscivolando nel tu coi seguenti miseri mortali.) Veloce lettura della sentenza, intelligibile solo agli addetti ai lavori. Spesso se ne vanno senza aver capito. Non intendono nemmeno i parenti. Poi il difensore spiega e si attribuisce il merito o si giustifica con alzate d'occhi e gesti significativi contro gli scanni vuoti. E i giudicati che rimangono lì a veder aprire e chiudere le porticine come un gioco di scatole a sorpresa. Lì a sentire ogni cosa. Di regola si dovrebbe farli uscire volta per volta, è stato detto e ripetuto che debbono essere allontanati dall'aula. Ma se l'agente è uno aspetta per riportarseli insieme, se sono in coppia si dimenticano lo stesso, nel corridoio gela. Si dimenticano anche i giudici. E i ragazzi sono stati a sentire. Oggi non si trattava di reati sessuali, hanno solo imparato come rubano gli altri.

12B TACCUINO DELLE UDIENZE

Vietato ai minori