Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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Porte serrate inchiavardate: farle aprire è l'unica magia di questa Befana. Una Befana magra stecchita, arcigna come tutte le vecchie benefattrici a orario fisso e carità convenzionale. Una Befana insomma smagata e frettolosa, burocratica. Quella appunto entrata qui. In un giorno qualsiasi, non si era avuto tempo. Sono al seguito. Ed è a me che guardano, mi sento rimescolare. Passano voce: è la B. è la B. Ho acquistato una certa popolarità, anche se è un porto di mare i nuovi sanno dai vecchi. Scorrendo la fila incontro subito lo sguardo celeste di Zinzin _ il più piccolo, il primo _ e in fondo riconosco la grande sagoma di Stelvi che sovrasta tutti. Gruppo delle autorità compreso. Rigidi, capo eretto, i ragazzi via via mi guardano, seri ma con un accenno confidenziale ad angolo di bocca. Impettiti irreprensibili come collegiali, oppongono una fila serrata, testa scoperta, all'onda diaccia del cortile, che i signori e le signore superano rabbrividendo, seguiti dai pacchi nelle braccia degli agenti. (Neanche oggi, col sottozero, si è aperta la grande sala, inutilizzata sede, teorica, del Tribunale, ovvero tempio, senza Tabernacolo, della Giustizia.) Scendiamo dal carcere e viene notata la marzialità dei ragazzi in confronto all'ammucchiarsi degli adulti per i muri di un corridoio. Sul riposo, ricevono il dono ringraziando. Su al carcere alcuni dimenticavano perfino di rispondere al proprio nome, letto con voce stentorea da una guardia sull'elenco. I vecchi saltellavano avanti ansiosi ad acciuffare il mezzo toscano; uno, appena chiamato, staccatesi dagli altri si era messo a correre. Invece i ragazzi sporgono una mano, composti. Stelvi è il più aitante, alto robusto bello, si fa notare. Gli confermo con un'occhiata la promessa. Un'altra ne annuncio a Zinzin, il tranquillo dolce Zinzin, che non ne sa niente e non può capirmi, e tuttavia si lascia sfuggire un poco marziale sorrisino. La promessa fatta a Stelvi era di scrivere alla madre. Rinchiuso tredicenne e passato da un correzionale all'altro, ormai è quasi un giovinetto. Il ricovero in riformatorio può avvenire con uno sbrigativo decreto del Tribunale che li definisce disadattati anche se sono in stato di bisogno o di abbandono. Continua a essere disadattato poiché la madre continua a vivere come prima. C'era uno zio a reclamarlo, ma appena dimesso dal manicomio e comunque un poveruomo in miseria. Nonostante le buone intenzioni, se buone erano, avrebbe finito per sfruttare il ragazzo o chissacosa. E il ragazzo, un magnifico esuberante ragazzo, resta dentro. Avevo scritto alla madre. Ma lui avrà tutto il tempo di toccare l'età. Spaccherà molta legna (contro il regolamento) tirerà su perfino un muretto (contro il regolamento) zapperà le strisce-aiuola dell'ingresso e forse l'orto del direttore (sempre contro il regolamento) con la foga di chi dissotterri un tesoro. Muscoli tesi allo spasimo. Solo a tempo debito sarà libero. Una libertà che spesso riporta in carcere. E il caso di Zinzin. Quei piccoli occhi celesti che guardano intenti e speranzosi, con la fiduciosità dell'infanzia, appena velati da un'ombra di timidezza derelitta. Che diamine ha potuto fare un bambino così. È qui da tré anni, non ne ha ancora dieci, vi rimarrà fino a diciotto e magari oltre. (A meno di un'altra guerra: la guerra è finita viva la guerra.) Ma che ha potuto fare? Niente. Ozio e vagabondaggio, sta scritto. Sua madre una prostituta (di guerra) la sua casa un vano di stamberga aperto a chiunque. Lo mettevano fuori anche di notte. Ozio e vagabondaggio. Fu necessario internarlo. O ricoverarlo, come è decentemente scritto. Un bambino di indole quieta, remissivo, mai avuto un rimprovero, addolcisce anche i più violenti. Resterà chiuso fino ai diciotto, magari oltre. E sua madre. Certo lo amava, si vendeva come suoi dirsi per lui (compenso in natura, scatolame di truppa straniera). Dopo si era disperata, voleva riprenderselo, prometteva di cambiar vita. Ma era fradicia, le restava poco. Cercò di rivederlo e fu mandato, bisognò riportarlo via, non si potè lasciarglielo nemmeno un giorno in quelle condizioni. Storie monotone, pare sempre la stessa storia. Per lui, dentro l'infanzia, dentro l'adolescenza. Sembra starci con naturalezza se non volentieri. E che altro ha conosciuto. Per padre e madre gli agenti di custodia, per fratelli i ragazzi che passano e cambiano continuamente, per casa questo carcere. Viene trattato quasi con tenerezza da tutti. (Salvo un tentativo di violenza, però "con buona maniera" e non ha capito, fin adesso.) In definitiva non avrà conosciuto di meglio. Ma sarà stato dentro, rinchiuso. Provare a figurarsi quando questa creatura intimidita e inerme dovrà rientrare nel mondo cosiddetto libero, quello che chiamano reinserimento. Provarsi a pensare Zinzin per la prima volta davanti a una porta che non si apra con stridore di chiavistelli, una porta interna di casa a cui basti girare la maniglia. Zinzin esitante timoroso davanti alle porte aperte. E anche la promessa a lui è mantenuta. Dopo la distribuzione della Befana _ una befanuccia povera povera, una piccola carità stiracchiata pesata registrata _mi si concede di condurre all'ospedale, a portare il dono a un compagno malato, due dei migliori. Scelgo Zinzin e Stelvi. Non dimenticherò questa passeggiata fra i due reclusi con la scorta dell'agente. S'è fatto buio, una sera rigida frizzante di nebbia vischiosa. Ma ai ragazzi piace, anche la nebbia sembra renderli felici. Zinzin trotterella con un risetto irreprimibile sulle labbrucce screpolate. Stelvi scansa i lembi della mantellina gonfiando il petto con assaporata foga. Guardano le luci dei lampioni, smorte nel vapore, come se fossero razzi di festa. Da mesi, o da anni, non vedevano la città notturna, gli sembra splendida prodigiosa. Qualche cosa di esaltante, come eccitante è la nebbia ai polmoni avidi. Più conscio, Stelvi si muove quasi in un impeto di corsa e poi subito trattiene il passo, guardandomi con un sorriso di scusa. Non una volta mostrano di ricordarsi dell'agente che viene dietro. Al ritorno li accompagno fino al primo cancello. Me ne sto ferma a sentire l'inchiavardamento, i passi sulla ghiaia, spenta l'apertura del secondo cancello e il tonfo della chiusura. Oltre il cancello un'altra porta inchiavardata, un altro bottone da premere. E so che Zinzin, trotterellando avanti, tutto felice di poterlo fare, alzandosi sulla punta dei piedi lui stesso pieno di zelo lo piglerà.
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