Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento
Oggi deve comparire lo studente del locale liceo classico. Se ne parlava nei corridoi. Sì che corrono brutti tempi (ma quando mai non sono corsi brutti tempi) però se capita un figlio di ragguardevole famiglia al tribunale minorile e con una imputazione così, fa ancora un certo effetto. C'è perfino un vago senso di disagio in aula. Si mormora di passi disperati del padre per scongiurare lo scandalo. Il padre quel signore calvo con gli occhiali e la catena d'oro attraverso il panciotto prominente. S'appoggia col ventre alla transenna, vi si preme contro quasi a volersi ridurre, sforzando la vista verso gli scanni dei giudici. Come viene condotto il figlio, tra due agenti quasi in segno di particolare pericolosità, ha uno strabuzzamento d'occhi e comincia a sudare. Gli si offre una sedia. Mi stupisce la corpulenza dell'imputato. Al primo sguardo, un pezzo d'uomo. È uno di quei ragazzi grassi dall'aria melensa, coi panni deformati e sbracati addosso, quelli che i compagni chiamano ciccione e se ne fanno zimbello, che incassano senza reagire: capaci di soffocare nel grasso ogni reazione. (Benché poi nessuno sa come sia dentro un grasso, di che riconcentrata sprofondata animosità possa essere capace.) Mi stupisce davvero molto, mai prima avevo visto qui un ragazzo grasso. In genere i discoli sono magri e guizzanti come lucertole, magari nervosi ma astuti e controllatissimi. Questo se ne sta inerte, molle insaccato, gli occhi inespressivi volti all'autorità, esponendo da dietro due fianchi polputi e un largo deretano da femmina sotto la giacchetta tirata alla vita e spiegazzata. Sembra non essersi neppure accorto di suo padre, che ora suda copiosamente. Ha la cartilagine delle orecchie accesa, la testa oblunga coperta di slavati capelli biondastri. E un'aria torpida, inerme, rassegnata. Inaudito è poi ciò che si ascolta di lui e fa rotolare al padre grosse gocce di sudore per la onesta calvizie. Storia da gangster. Un bei giorno, in un'ora piena, la più scoperta lampante ora del giorno, lui, studente liceale, entra nel portone della banca portando sulla schiena uno zaino, uno zainetto da gita in montagna, ricolmo dei "ferri del mestiere" (lime, giraviti, un mazzo di vecchie chiavi, un coltellaccio da cucina non so quanti metri di corda, altri aggeggi incongrui quanto inutili) e si presenta allo sportello di cassa. Per pura combinazione non c'era in giro nessuno. Inoltre _ una vecchia banca di provincia _ quegli sportelli ritagliati nel legno che limitano la visuale. Dunque lui si presenta, mette il suo faccione bonario e placido di grasso _ sarà parso un uomo fatto _ la sua insospettabile testa slavata, e con l'espressione melensa intima al cassiere la consegna dei soldi. Pare che lo facesse in una maniera così imbrogliata, così maldestramente e farfugliando, che il cassiere dapprima non capì. Disse: come? Poi vide la canna della pistola. Un brutto momento per il poveruomo, col danaro fra le mani, quel tipo davanti a pistola spianata e l'impossibilità di avvertire qualcuno dietro, se pure c'era qualcuno, ai tavoli interni. Una palla, a essere imprudenti, non tè la leva nessuno. Stava per consegnare tutto, salvo poi dare l'allarme e cercare di rincorrere il rapinatore. Che peraltro, aveva pensato il cassiere, avrà di certo fuori i compiici la macchina e in un amen sarà sparito. Ma qualche cosa lo avvertì in tempo: la canna della rivoltella si muoveva. E si muoveva in un certo modo incredibile ma inequivocabile: come in una mano malferma. Insomma il terribile grassatore tremava. Fu un affare da poco _ come acciuffare un figlio per sculacciarlo _ togliere da quella mano la pistola (un vecchio pistolone borbonico da briganti col grilletto arrugginito e intarsi d'ottone sul calcio, che tenevano in casa come soprammobile) prendere per il bavero l'aggressore e gridando allarme assestare ceffoni su quella faccia grassa sbigottita. Lo tenne là allo sportello, per i risvolti della giacca, come un sacco, finché non accorsero a levarglielo. La presenza del padre che gronda sudore dalla cute e s'asciuga con un ampio fazzoletto bianco, gela sulle labbra qualche risolino affiorante. Il ragazzo sta lì proprio come un sacco. Così ascolta l'accusa e la difesa, trattato da delinquente precoce e declassato alla ragazzata. Così segue, ma forse ora con blanda curiosità, il Tribunale alzarsi, separarsi e sparire per le due porticine. Sono incerta se avvicinarmi. Di questo strano imputato non ho capito granché e provo difficoltà a formulare mentalmente qualche domanda. Soprattutto provo disagio, a differenza di altre volte con "delinquenti" più decifrabili e che è in fondo semplice trattare da quei ragazzi che sono. Mi muovo con sforzo. Averlo davanti, guardarlo in faccia da vicino, è ancora più sconcertante. Si è alzato, lo faccio risedere, mi siedo anch'io sulla panca. Le grosse cosce traboccanti nel pantalone senza piega arricciato all'inguine, mi fermano l'occhio. Ci guardiamo e inaspettatamente sorride. La sua faccia di luna non manifesta ombra di vergogna. Quelle vergogne atteggiate sornione calcolate, di cui si mascherano i ragazzi. Il sorriso è chiaro su bei denti nitidi uguali da fanciulla. E mi guarda in una maniera inesplicabile, si direbbe con una sorta di complicità. Due occhi celesti, un poco ilari e ammiccanti, mi pare per un tic. A volte i grassi sono nervosi come gatti. Non posso stargli vicino senza parlare. Dico: "Come diavolo t'è venuta in mente una cosa simile," ritrovando la possibilità di comunicazione. Un ragazzo, dopotutto. "Lei è la signora..." Pronuncia con solennità il mio nome. Tende la mano. Automaticamente porgo la mia e me la stringe. "Anche lei scrive, lo so." Rimango sbalordita. Quando, sottovoce, ammiccando col suo tic, confida: volevo scrivere un racconto poliziesco, sono lì lì per dire: siamo quasi colleghi. Si era voluto documentare, caspita, aveva voluto sperimentare di persona, mettersi nei panni del rapinatore, vivere il suo personaggio. Poco dopo, rientrato il Tribunale, mi ricordo che non ha detto niente, ne in istruttoria ne in aula, del racconto poliziesco. Passerà, immeritatamente, come il precursore della rapina minorile in provincia. Sento di concepire per i ragazzi grassi una sorta di allarmata considerazione. Questo si prende il verdetto _ d'altronde un perdono _senza battere ciglio nemmeno col tic.
Carte d'autore online