Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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Entra in aula un uomo. Fra due carabinieri, con le manette. Non per sbaglio, è lui l'imputato. Tolti quei piccoli arnesi annichilenti si guarda i polsi magri, poi butta giù le braccia come stroncate. Ha magro anche il collo, nudo e bianco fuori della camicia aperta. Sembra uscire da una lunga segregazione. Invece è stato arrestato da pochi giorni con un nuovo ordine di cattura. La prima volta riuscì a fuggire e, avendo dato false generalità, se ne persero le tracce. Qualche cosa come nove o dieci anni addietro. Allora ne aveva diciassette. Altre due volte era fuggito dai tedeschi. L'avvocato esibisce al tribunale minorile un certificato di conseguita laurea in economia e commercio. L'imputato deve essere vicino ai trenta. Non dimostra l'età. Ancora adesso ha l'aria immatura, con quella pelle bianca femminea, bocca delicata e i capelli fini un po' sfolti all'attaccatura. Di fronte il suo piccolo naso cade storto sul disegno pretenzioso dei battetti. Si lecca e mordicchia le labbra come una donna. La voce suona stridula ma affiochita. Presente in aula il padre (mai guarderà da quella parte) maresciallo di pubblica sicurezza. Pare che, trovandosi in casa, assistesse alla consegna del mandato di cattura e all'arresto del figlio. Lo colse un malore. Perché veramente la storia è così vecchia e insieme nuova. Nuova come può apparire oggi. A quel tempo era diverso, il ragazzo non poteva aver coscienza di ciò che faceva. Successe non solo ai ragazzi di non sapere, nella confusione, da che parte voltarsi. E chi si trovò da una parte chi dall'altra. Lui del resto non ebbe scelta. Poi non ci avrà più pensato. Era passata, era finita. Provo a immaginare lo Jup, smilzo adolescente insaccato nella divisa tedesca troppo grande, gli enormi stivaloni alle gambe magre. Dice che non aveva altro da mettersi, ma forse anche gli piacque quella montura da bravate. Andarsene con il cane lupo ringhiante per le case a requisire minacciando di far saltare tutto in aria, doveva dargli il gusto della grossa avventura, del potere. E si sa che la tracotanza la sopraffazione la violenza, sono abiti in cui l'uomo si ritrova prontamente a suo agio. Lui, ragazzo. Ne vedeva, coi tedeschi, altri, e non ragazzi. Sarà magari vero che si presentò nelle case a prelevare quella roba _ un maglione pantaloni scarpe cravatta _ per mettersi in borghese e tentare la fuga. (È di Napoli, si trovò a Venafro tagliato dai suoi, i tedeschi lo rastrellarono.) Già due volte aveva provato. Fu ripreso a Cassino dal reparto di polizia presso il quale fece da interprete, lo tenne con sé il capitano. Interprete, e scavare fosse di trincee. Si trattava di sopravvivere. Volevano farlo vestire da militare italiano, lui no. Lo dice come se avesse rifiutato per rispetto alla divisa. O, se era da milite, ritiene più pericoloso adesso nominare la camicia nera. La radio che requisì _rilasciava ricevute del comando _era davvero per il circolo alleato. Cioè no, tedesco. Essi stessi, i tedeschi, l'avevano restituita al legittimo proprietario, risulta dal fascicolo. E poi finì. Gli uomini hanno potuto continuare $0051$ a odiarsi, combattersi, tormentarsi, accusarsi, condannarsi a vicenda. Per un ragazzo è diverso. Si scrolla di dosso tutto e torna a piedi scalzo da sua madre, appena libera la strada. L'avrà abbracciato piangendo, il figlio sperso nel cataclisma, che non è morto di fame di paura di bombe, che in qualche modo si è salvato. Chi potrebbe chiedergliene conto? Lo Jup sta a sentire le deposizioni, il magro collo teso. Inghiotte restando a labbra semiaperte. I testimoni non guardano verso di lui, come se non desiderassero riconoscerlo (e magari non lo riconoscono). Confermano malvolentieri, esitano, cercano di minimizzare, di scagionare, per quei pochi stracci, tutto è ormai lontano e privo d'importanza. Le cose lunghe diventano serpi. Nessuno vuole infierire su questo gramo giovane che si è laureato in economia e commercio. La faccia sconvolta del padre maresciallo turba anche i giudici. Ma l'imputazione risulta gravissima e Giuseppe V. detto lo Jup non può godere dei decreti di condono a causa dello stato di latitanza. Oltre a vestire abusivamente una divisa, qui si tratta di rapina con minaccia. Lo stesso comandante tedesco lo fece arrestare. (Dopo i tentativi di fuga?) Malgrado gli anni trascorsi vigono ancora le leggi di guerra che inaspriscono la pena anche nei reati contro il patrimonio. Delitti commessi approfittando delle circostanze dipendenti dallo stato di guerra. Si potrà togliere questa aggravante? La legge del 10 giugno 1940 commina, per omicidio devastazione saccheggio rapina estorsione: pena di morte. È agghiacciante, oggi, in un'aula di tribunale minorile. Giuseppe V. continua a sentirsi nominare lo Jup come incerto che si tratti proprio di lui. Fissa il pubblico accusatore mentre dice quelle cose terribili dello Jup e gli trema il mento. Quando inizia l'arringa, lo coglie la debolezza del pianto. Alla sprovvista, irreprimibile. Altera e contrae la fisionomia nello sforzo di trattenersi, così esposto. Non cerca il fazzoletto, non si copre con le mani, resta a braccia giù con quei polsi che una volta ammanettati è come se non potesse più usarli. E tutti stanno a guardare. Rigato di lacrime, si gira in mezzo ai due carabinieri verso il muro. Sopravviene un incidente. Malaccorto, l'avvocato si lascia trasportare dalla sua facondia. "Se si fosse trovato coi partigiani, oggi sarebbe un eroe." Il pubblico ministero, urlando: "Le proibisco di fare certe illazioni." L'avvocato tace, in atteggiamento di scusa, temendo di sentirsi dare del fascista. (Lo è stato, forse lo è ancora, e non è il solo qui dentro.) Giuseppe V. avrà il perdono. Suo padre rialzerà la testa con un moto di gioia, alleviato pure nell'umiliazione. Saranno tutti, anche i giudici, alleviati. L'avvocato trionfante. Lui, lo Jup, resterà come un uomo che è stato ammanettato e ha pianto davanti ad altri uomini. Sbalordito come uno che non capisca perché gli sia successo questo. Se ne andrà, così smilzo e col suo piccolo naso storto sui baffetti, la bocca morsicata tremante, con la sua laurea, con quell'aria di sentirsi bollato a fuoco da un marchio infamante.
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