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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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Dai giornali ho appreso che all'Aristide Gabelli hanno camerette singole, scuola perfino di musica e cinema e teatro. Stanno da padreterni, non potrebbero star meglio. D'altronde è la Capitale. Ma perché si sono ammutinati? No davvero, non avevano ragione di ammutinarsi. Ci penso entrando nel nostro ex convento, alla solita sbafata di aria gelida umidiccia da sotterraneo. Sul cortile appozzato aprono _ per così dire _ robuste inferriate e si sente, più che vederlo, il ciclo basso e piatto inquadrato contro il grigioferro della pavimentazione ad asfalto. Era il chiostro. Solo alcune colonne della loggetta, lasciate libere dall'otturazione a mattoni, serbano il colore caldo della pietra antica. Barlumi. Ma perché otturare? I ragazzi vi trascorrono l'intervallo di libertà (condizionata) in perfetta calma, senza scalciare niente per via dei danni. La mania dei ragazzi di tirare calci a ogni cosa. (Non c'è palestra qui da noi ma neanche al Gabelli.) Sono appunto in ricreazione, sparsi a gruppi infreddoliti. Mi si conduce nell'ufficio del censore. Una volta accettata l'intrusione, debitamente e largamente autorizzata dalla Procura della Repubblica, vengo ammessa nell'intimità e perfino alle (involontarie) confidenze. Il censore concede oggi che assista all'ora di udienza. Entra il lungo G. a confessarsi. Confessione spontanea. Autoaccusa. Gli è andata proprio davanti al piede una palla fatta di stracci, ha calciato senza sapere nemmeno lui come, si è rotta una lampadina. La pagherà, naturalmente. (Hanno un fondo _ chi lo ha _qualche po' di danaro inviato dai parenti.) Sissignore, dice G. mansueto. E poi bisogna subito sapere a chi appartiene la palla di pezza. Se ne requisisce una, ne salta fuori un'altra. G. dice che non lo sa. Però bisogna saperlo, informarsi e riferire. In mia presenza il censore si comporta secondo un metodo che ritiene debba essere apprezzato. Domando perché non si proteggono le lampadine con reticelle, permettendogli di giocare al pallone. SÌ stancherebbero e cadrebbero addormentati invece di... Certo certo, è stata fatta richiesta... per iscritto... ma si sa la burocrazia... Mi vengono in mente le razioni scarse e che la fame è meglio della ginnastica per evitare... Mentalmente sto usando anch'io pudichi puntini di sospensione. G. torna poco dopo col nome del colpevole: uno di sartoria, stracci grigioverde. È lungo e dinoccolato, muscolatura floscia nonostante i diciassette anni. Dice sempre di sì, pagherà lo stesso la lampadina, e poi forse pagherà anche la spiata. Viene fatto chiamare l'artefice della palla di contrabbando. Paternale. Arrivano altri ragazzi per l'udienza col censore. Tutti sull'attenti militarizzati nel grigioverde cascante alle spalle. E lo guardano tutti ai capelli troppo biondi (per lo meno "aiutati"). Chiedono di fotografarsi. Pagheranno col loro fondo, beninteso. Amano immensamente farsi fotografare. Amano ogni sorta d'immagine, specie se femminile. Ormai si deve sottrarre alla posta da casa qualsiasi foto per evitare quel tale commercio, farebbero commercio perfino delle madri, proibite anche le madri. Giunge da fuori un vocio afono, un sommesso tramestio. Sono sorvegliati e d'altronde manca spazio. Porteranno a letto le energie accumulate, gli umori ingorgati dell'età, le smanie represse, le esuberanze inutilizzate. No, neppure i ragazzi di Porta Portese sono dei padreterni, hanno la propria cameretta (ma quanti?) però non hanno palestra. Stancare il corpo, stroncare gambe e braccia, per sprofondare nel sonno fino alla mattina. (Sporcano le lenzuola, lei sa... Altroché: camerate come grandi scatole orgoniche). Occorre spazio e moto, occorre esercizio fisico ai ragazzi segregati, più del cibo. Essi lo sanno senza saperlo, si fanno la palla di stracci. Che serve solo a rompere vetri e lampadine, essere indotti alla delazione, puniti. Anche per questo cella di rigore? Cubicoli con feritoia e tavolaccio o terra nuda, a quanto si sa. La legge consente l'isolamento, ma fa divieto di prolungarlo per il minore oltre i cinque giorni. Il censore s'aggrotta, scuote la testa in una negativa poco convincente. E il letto di contenzione? Addirittura sembra indignarsi. Si fa del tutto... lui è come un padre... di suo non ha figli... si considera padre di ognuno... Il pallone ce l'hanno, per la domenica, i giorni festivi li portano su un prato... quando il tempo lo permette... Esclusa la sezione giudiziaria... equiparata al carcere... scontano una condanna... Vietata l'uscita. Incredibile quello che sono capaci di fare nelle camerate, i più grandi e turbolenti. Tanto incredibile che non ci sarei arrivata se il censore si fosse astenuto dal raccontarmelo. A un tratto si lascia andare. Tempo fa, appunto nella sezione giudiziaria, venne organizzata una fuga e portata a compimento senza che gli agenti, malgrado lo spioncino sempre sorvegliato, si accorgessero di nulla. La camerata è lunga, in fondo la porta che da sui locali adibiti a tribunale minorile (mai usati). Durante una settimana di lavoro notturno riuscirono con un chiodo _ che cosa non si può realizzare con un chiodo _ a far scorrere dall'altra parte il pesante catenaccio. Per scoprire alla fine una seconda chiusura impossibile da rimuovere. Ma poi capitò che un minore, accompagnando un agente, andasse in quei locali e, non visto, aprisse il resto. La notte furono padroni di un corridoio e della gran sala tribunalizia, coperta di polvere, non certo temibile. Immagino che provassero a sedersi sugli alti stalli dei giudici, perfino sul seggio presidenziale. È vero, dice il censore, l'hanno confessato. Quindi si calarono da una finestra con le lenzuola. È un convento mica una fortezza, giustifica. Del resto non era lui, giustifica il suo predecessore per solidarietà. Del direttore trasferito d'ufficio sapevo. Direttore del carcere per adulti e del riformatorio, medesima persona e locale. C'è annessa l'abitazione in un'ala con giardino e grande orto (vietato ai minori). Il figlio, quindicenne, esce, trova una motocicletta alla porta di guardia, l'inforca e via. S'allontanò, gli prese la mano, la passione dei ragazzi per i motori. Passarono ore e venne denunziato il furto: proprietario un visitatore. Impossibile evitare le conseguenze, lo scandalo. Una tragedia in famiglia. La signora, la madre, ebbe un collasso. Morì l'anno dopo nella sede punitiva. DÌ mattina trovo vuoto il cortile, sono a studio. Sono cioè nell'unica aula di cui dispone il centro, un budello con due file di banchi tra cui si passa a stento _e l'impressione è che il passaggio si chiuda via via alle spalle _ dove, in ordine di statura, seggono, alla rinfusa come a ricreazione, di ogni età e di ogni classe, dall'ex studente al differenziato incapace di apprendere checchessia in queste condizioni, dal bambino fresco e sveglio al vergognoso giovanotto analfabeta. Il maestro, unico, ha l'aria stravolta. Mancano i locali. Tabù il salone fantasma, aula magna. Credo di conoscere ormai tutto, salvo qualche porticina rimasta chiusa. Tutto vi è relativamente pulito e in ordine, ma tutto di una sordidezza carceraria, dal bianco calce delle pareti al grigio cenere degli infissi, dalle panche di legno agli sgabelli di metallo ammaccati e scrostati, dagli sbilenchi tavoli da notte ai materassini inverosimilmente sottili. Qui non c'è umana buona volontà che valga, qui regna il nudo e crudo della prigione, qui domina la povertà come condanna e lo squallore come stile. Uno stile da governo povero e da burocrazia irremovibile. (Le reticelle alle lampadine mi sono state promesse: a quando?) Viene fatto di pensare che ancora fra decenni nessuna forza avrà potuto sloggiare da una simile sede il centro di rieducazione per minorenni. Ma si continua a dire correzionale e riformatorio (alias macchina macinatrice di giovani) basta avervi apposto la targa nuova. È già un passo che per muoverlo ha avuto bisogno di secoli. E la scuola, non è che fuori stia molto più avanti. Questo riesumato convento alla luce spenta del tardo pomeriggio autunnale affonda nella sua tetraggine di luogo senza sole. L'effetto è più che mai deprimente. Mi ha lasciato entrare dai due cancelli, con qualche esitazione, l'agente di guardia. Rimango in cortile. Una visita senza preavviso a ora insolita. Accolta. Nell'ufficio. Mi ha spinto a venire qualche cosa di preciso che voglio sapere. L'infcrmeria dov'è? Nella visita ai locali, la prima volta accompagnata rapidamente per l'intero giro, non ricordo di aver visto l'infermeria. È sempre nelle celle interne? Si utilizzano, risponde evasivo il censore. Stanno in fondo alle camerate, sulle quali apre l'uscio col solito spioncino. Servivano (servono?) a isolare "anche" per malattia. Isolamento incongruo. Anni fa _ un anno di guerra _ vi trovai il ragazzo tisico. Visita unica ed eccezionale, in veste diversa da oggi: risale ad allora l'idea di entrare in questo campo di assistenza aperto, gran bontà dei moderni governanti, alle donne. Il ragazzo stette mesi al presunto isolamento. Dallo spioncino penetrava nella camerata il fetore degli sputi, insostenibile, caso particolarmente virulento. Aprendo l'uscio si formava, attraverso l'inferriata esterna, una corrente che investiva la branda col malato fradicio di sudore e in cerca d'aria. Invocò aiuto, non voleva morire. Materassino come una tavola. Sostituirlo. Canottiera sbrindellata. Provvedere maglie di lana. Una sputacchiera chiusa. Ero sconvolta. Scrissi brigai tempestai, con le autorità locali, col ministero. Alla fine il ragazzo uscì, per entrare, troppo tardi, al Forlanini, e non prima d'aver scontato la pena. Magnifico esempio d'inflessibilità _lentezza _ procedurale. L'attuale censore ha anche lui da raccontare. Proprio in quella camerata della sezione carceraria _la fossa dei leoni _ nel '43 fu trucidato l'agente Schinnei. Gli chiedono un libro che per la rilegatura non passa allo spioncino, Schinnei apre e viene assalito. Lo colpiscono con gli sgabelli, lo tempestano di pugni e calci, s'accaniscono perdendo il lume degli occhi e un sacco di tempo a imbavagliarlo e legarlo con lenzuoli. Non era ancora morto. Il minore Turini, promotore del tentativo di fuga, una specie di èrcole diciottenne, in attesa di giudizio per omicidio, infierisce sulla testa con una scarpa fracassando il cranio. Il Turini, disciplinatissimo, figlio di un assassino in galera e di una epilettica in manicomio. Gli altri, per lo più ladri, ragazzi avidi di libertà. Lui Sta scontando la condanna a Porto Longone, ossia Porto Azzurro. Caspita, se al Gabelli si sono ammutinati, qui hanno ucciso. Guardo il censore. Sorride. Qui ormai è un posto tranquillo. Il centro funziona come un orologio (una macchina), il personale è ottimo benché scarso, vigilantissimo, e del resto si sta in guardia. Non bisogna fidarsi dei ragazzi. Attraversiamo il cortile sotto una grande stella fredda e un filo di luna così sottile da sembrare uno spiraglio o una lama. C'è silenzio. Luce a qualche inferriata, ai vetri della scuola una testa nera. Luce al laboratorio di sartoria. Altri budelli, i laboratori, si direbbe che il convento fosse costituito da corridoi. Questi locali erano prima il reparto osservazione, ma sempre per mancanza di personale, e di spazio, i minori (bambini anche) si sono dovuti mescolare. E non si sa mai quando finisca l'osservazione. È capitato perfino che un minore (termine impersonale che suona asettico come la salma nei processi) vi sia rimasto cinque anni: quando si riteneva che potesse uscire, e i familiari lo reclamavano, la pratica avendo seguito il suo corso, fu assegnato, diciottenne e "rieducato", al centro di Torino dove si trova attualmente. È dunque ragionevole aver messo qui i laboratori e utilizzato la stanza a destra dell'ingresso per radunarvi alla svelta gli "osservati" in occasione di visite. Ringrazio che per me non si faccia più. Entriamo. Il maestro d'arte sta imbastendo un cappotto borghese. (Lo provo a occhio sul censore, gli starebbe, ma lui veste bene, sarà di un agente.) Il maestro alza lo sguardo dagli occhiali, saluta e riprende a lavorare. Di là c'è il reparto calzolai al buio. Travediamo un'ombra. Accesa la luce, compare il ragazzo. Evidentemente stava col maestro, s'è nascosto. Viene mandato via. Se ne va con un inchino senza fiatare. Un bei ragazzo, distinto anche nel grigioverde affazzonato. (Adesso lo portano solo "in casa".) Era studente. Che ha fatto? Niente d'irreparabile. Un po' esaltato, fughe, qualche furterello, gioco fumo, rivoltarsi al padre, rifiutare la famiglia la scuola, ribelle a tutto: il classico discolo. Assegnato a "rieducazione". Si comporta in maniera ineccepibile coi superiori coi compagni, gli vogliono bene. Ma nei laboratori fuori orario non si può stare. Vietato ai minori. E lì al buio, sa. Il censore sembra allarmato. Ci sono forbici, arnesi puntuti taglienti, trincetti. Non bisogna fidarsi dei ragazzi.

07 TACCUINO DELLE UDIENZE

Vietato ai minori