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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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La prima volta li accompagnò la monaca. Adesso, fino al portone, l'aspirante. Conduce la lunga fila contorta, stordita, ingorgata in mezzo, irreducibile all'ordine consapevole come un gregge. Entrano a testa bassa senza salutare e una volta nei banchi stanno troppo cheti, con un assenteismo in faccia che deprime solo a guardarli. L'aspirante dice ancora non si abituano, l'anno scorso ebbero scuola dentro l'istituto. Si mescolano con gli altri senza sorpresa e senza piacere: animaletti della stessa specie nei quali non s'allarma l'istinto ma non vibra nessuna corda. E sembra che gli manchi il mezzo di comunicazione coi propri simili. Non hanno niente da dire, interrogati non rispondono _come se si parlasse una lingua diversa _ e bisogna sforzarsi per afferrare le sillabe del loro nome. Il nome alla fine lo farfugliano, però occorre chiederlo parecchie volte. Certo, sono disorientati dalla novità. Benché la novità consista nell'andare a scuola e nel trovarvi bambini con cui non si è mangiato dormito e formata la fila. Per ora sono sei, hanno fatto blocco su una mezza colonna di banchi. Sei teste rapate, sei facce inespressive _tutte con la medesima inclinazione come se stessero nel banco di chiesa _ sei collarini bianchi sporchicci sgualciti attorcigliati. (Suscitano quel senso di disagio somigliante a un vago rimorso, il richiamo a terribili responsabilità. La loro inconsapevolezza è triste, ha un che di spento.) Gli mettono certi grembiuli di cotone duro grigioferro, adatti a raccogliere il sudicio senza rivelarlo troppo. E hanno il fazzoletto, una pezza, cucito nella tasca. A Franco è venuto il tremore. Dapprima come una difficoltà a impugnare la penna, quasi ne avesse completamente dimenticato l'uso. Avvicinandomi capisco che non riesce a scrivere perché trema. S'imporpora fino alla radice dei capelli. Nel rigo non ci sono che sgorbi, neanche la più pallida idea di lettere. Gli suggerisco come prendere meglio la penna. Lui non può districare le dita e la punta scappa via. È evidente che la mia vicinanza aggrava questa incredibile agitazione. Provo ad allungare le mani, butta giù la testa parandosi. (Allora anche le monache picchiano?) Testa rapata grigia _ un grigio smortigno in contrasto col carminio della faccia e del collo _ prominentissima all'occipite. Stando curva sul banco mi colpisce l'attaccatura dei capelli bassa, con quel grigio smorto che quasi tocca le sporgenze ossee. Tonde e così ravvicinate da farlo sembrare un capretto con due cornine che spuntano. La penna gli balla in mano. "Non fa niente," dico, "prendila con tutte le dita, tienila forte." E lui mansuetamente vi aggrappa l'intera manina col parletico, cerca anzi di reggersela con l'altra. Ma non ne viene a capo. Senza staccarsi dalla penna, si mette a piangere con quella testina giù come un capretto che cozzi. Avrebbero dovuto avvertirmi, penso, se è qualche malattia dovevano avvertirmi. Ha paura, dice un bambino "di fuori". Sono stati tutti a guardare, tranne i compagni dell'istituto. Non domando a loro. È la penna, dice un altro. Ma sì è la penna. Subito, benché siano generalmente sforniti, ne viene fuori una meno smozzicata e storta per Franco. M'accorgo, pure senza incontrarne gli occhi, all'intensità del rossore e al modo come l'afferra, che gli sembra un tesoro. Vi stringe intorno il pugno e riprova. Con l'altra mano s'asciuga le lacrime dalle guance striandosi di nero. Ma che tremolizio ha, dicono i bambini, nemmanco con la penna nuova... Faccio segno di star zitti. A Franco bisbiglio in un orecchio che si fermi _ sembra alla tortura _ si riposi un momentino poi riproverà. Forse non capisce. Tiene forte la penna sbandando sul bagnato. Sento che invece capisce la mano, la mia mano sulla spalla. Trema il braccio fino all'attaccatura. Passo all'altra, due spallucce di ossa minute che si scuotono. Provo sulla schiena. La mano la capisce, mi pare proprio che lo calmi. Con le dita al collicino da uccello, alla nuca prominente, alle orecchie di fuoco, riesco a far diminuire il tremito. Scrive. Ha vergato una enorme parola illeggibile che pende dall'alto spezzata verso il centro della pagina. L'aspirante porta alcune pagelle dell'anno prima per l'iscrizione, in ritardo, ne arrivano continuamente di nuovi. Mi sorprende com'è giovane. Infagottata e con scarpe piatte da uomo per strada sembrava anziana. Oleosa di pelle e di capelli, i capelli tirati, ha un'aria di ragazzo obeso dentro il camiciotto nero lungo, coi piedi troppo corti delle grasse e caviglie tutte d'un pezzo nelle calze cannettate. Mi spiega che significa essere aspirante, andrà presto via per la vestizione. È orfana di guerra _ bombardamento _ non ha nessuno, cioè ha le Sorelle, sua sorella ogni monaca del mondo. (Ma suoi figli tutti i bambini, non credo.) Parla con garbo untuoso, smuovendo sotto il mento liscio e pieno un ciuffetto di peli ricci. Anche ai lati delle guance ha un soprappiù di capelli cresciuto fino alle mandibole, crespo crinoso, vagamente impudico. Con le pagelle in mano m'informo dei bambini. Non ho coraggio di domandare se li picchiano, sono stati picchiati anche a scuola. Si comincia a parlare di classi differenziali, ma questi sono già differenziati (non li voleva nessuno, li ho presi io insieme agli altri "scarti") sempre sforniti e intontiti, i "deficienti", sono anzi residuati di guerra. Sicuro, dice l'aspirante, li portano fuori, sicuro, quando il tempo lo permette. Dentro l'istituto spazio non ce n'è. Più di cento e cattivi, insiste col cattivi. So che le monache non sono nemmeno maestre, impreparate e impotenti. Adesso che escono per la scuola si sveltiranno, dice, sono ancora timidi. No, Franco non è malato. L'aspirante si meraviglia. Inutile parlarle di frustrazioni e turbe psichiche. Parliamo piano, benché essa lo faccia solo per adeguarsi e gli scappi d'indicare con la mano l'uno o l'altro. Quasi tutti vengono dal brefotrofio, lì nascono crescono e in età passano all'istituto (poi qualcuno passerà al correzionale). La giovane ne discorre con disinvoltura. Malgrado la peritanza monacale l'argomento non può riuscirle scabroso: come gli stessi bambini, è abituata a sentir dire figli di nessuno. O del peccato. E cattivi. Le pagelle parlano chiaro, figlio di enne enne o sbrigativo frego, qualcuna col nome della madre. Mai però si sono viste, dice l'aspirante. Dal brefotrofio finiscono per andarsene quando le obbligano ad allattare anche quelli già abbandonati. Franco non ha che due freghi. Come lo chiamo alza la sua fronte di capretto e s'invermiglia. Vedo gli occhi lattiginosi dolci che ha, mi guarda finalmente in faccia. Nel quaderno la scrittura sbilenca va prendendo qualche forma. Impugna la penna ancora con tutte le dita, tenacissimo. Adopera meglio la sinistra. "Scrive proprio bene," dico all'aspirante accusatrice per quella sinistra. Come Leonardo. E lo sento per la prima volta ridere, fa un piccolo gorgoglio emozionato. Ride, Franchino, con una di quelle boccucce di latte a granitura minutissima che mandano in visibilio le madri.

06 VIETATO AI MINORI

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