Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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Del processo per i fatti dell'anonima Ripa nessuno si accorgerà, non apparirà sui giornali. Dibattuto in provincia, nell'aula di un qualsiasi tribunale minorile, rapidamente fra le altre cause di normale udienza: ordinaria amministrazione. La sua terribilità da processo del secolo si perde nel ritmo masticatorio degli ingranaggi burocratici. Comincia a fumetti. Sul tavolo degli avvocati quel foglio assurdamente riempito di pupazzi, messi in fila per due e incasellati da riquadri. A guardare meglio, sagome bianche di nudi umani, eguali goffi un po' macabri, con zone nere a tratteggio che isolano qua un'anca, là un braccio, e una gamba una mano, l'ultima maculata in maniera divorante all'inguine. Tra i colleghi, muovendo rapida la punta della stilografica intorno alle sagome, l'avvocato di parte civile finisce per tracciare vicino al piede mancante una crocetta. Sgusciano dentro in silenzio, con scalpiccio da chiesa e un vago sentore di stalla, tutti assieme i contadini, uomini donne ragazzi, attruppati. Sembra un intero paese. "I Felice", ha detto l'avvocato senza girarsi, con l'elenco in mano su cui segna un'altra crocetta nera accanto al nome del morto. Vi sono i Sante i Nicola i Giuseppe, una congerie di Felice distinti, e non sempre, dalla paternità. Se non un intero paese un'unica famiglia in vari rami, riesce difficile rendersi conto che vengono in tribunale gli uni contro gli altri: così addossati sembrano piuttosto reggersi uno all'altro per farsi animo. Quando l'ufficiale giudiziario li respinge, che tornino in corridoio ad aspettare, sono sgominati. Arretrando si separano, staccano le spalle e i gomiti come se .perdessero qualcuna delle proprie membra. DÌ colpo, in quei goffi corpi rivestiti di lana caprina e pastrani militari, identifico le sagome nude con le mulilazioni del disegno: un'anca trascinata, un moncherino scoperto, una gamba vuota (e il pantalone ripiegato con spille da balia). Nessuno li guarda. L'avvocato consulta il suo elenco spuntando nella cartella le macule e i tratteggi. Rimane l'imputato, solo, dritto contro la panca. È un giovane contadino, un ragazzo di sedici anni. Anche lui insaccato nella grossa lana di telaio casalingo, mantiene una floscia immobilità fissandosi vacuo con l'occhio coperto da una perla bianca. Piuttosto la bocca, rossa quasi morsicata a sangue, le grandi labbra rovesciate in un alone di peluria, manifestano qualcosa come uno spavento carnale. È una bocca di ragazzo In crescenza, nel cui disegno inturgidito recente affluisce tutta la vita della faccia inespressiva. Tiene il polso reciso che sporge dalla manica penzoloni al fianco con estremo abbandono. Entra il Tribunale. Viene chiamato. Come sente pronunciare il suo nome _Felice Sante di Giocondo _avanza qualche passo, s'arresta incerto, riprende a camminare sbilenco. Gli si contesta l'imputazione : lesioni aggravate e omicidio colposo. Non sembra aver capito. Due volte si gira indietro come cercando a chi sono rivolte quelle parole. La grande bocca stupefatta gli si è schiusa. Comincia la sfilata dei mutilati. La Ripa è una frazione di montagna, poche case di pastori aggrappate alla costa, lontana ore di mulattiera dal centro comunale. Nella contrada la guerra restò ferma per un inverno e lasciò la malasemina (come dirà il decano barbuto dei Felice). Ancora oggi se ne trova. La campagna e i boschi erano disseminati di mine antiuomo che via via emergevano dalla terra. Un carretto con l'asina saltò in aria lungo una carrareccia, dopo anni che si ripercorreva. I contadini tornavano a casa con le bisacce piene di bombe. Così tornò quel giorno il defunto Nicola Felice, uomo giovane di trentatré anni. Aveva uno zaino a tracolla, lo depose al suo uscio e chiamò il ragazzo che passava con le pecore. Santino di Giocondo, un nipote. (Là tutti sono parenti.) Altri subito ne accorsero, come sempre i ragazzi attratti da quegli ordigni. Questo avveniva nella piazzuola della Ripa, davanti alla casa di Nicola, e anche il suo bambino di quattro anni uscì sulla soglia. Non c'erano che ragazzi. L'uomo (pare fosse autorizzato raccoglitore e lucrava con quel po' di polvere per fuochi d'artificio) cavò dallo zaino grossi proiettili di artiglieria rinvenuti in un folto d'arbusti. Baldanzoso e spericolato Santino scelse il suo, lo dette da reggere a un altro per smontarlo picchiandovi con qualcosa, una pietra o un martello. Davanti al Tribunale nega. Nega scuotendo la testa e accennando a sollevare il moncherino, che subito rimette giù. Lui si era fermato a guardare dal cantone in mezzo alle sue pecore. "È vero che ti hanno ammonito di non battere?" Avrebbe risposto: "'Na vota se nasce e 'na vota se more." Ma era stato raccontato dai ragazzi. Si presentano uno dopo l'altro, screziati di turchiniccio (la polvere da sparo che rimane cicatrizzando sottopelle) saltellanti strascicanti e smemorati confusi. Uno incespica alla pedana, vi cade seduto. Non meraviglierebbe vederli accovacciarsi su quel bordo di legno come piccoli animali a leccarsi le ferite. Non capiscono la domanda, chi o che cosa sia il defunto, non si riesce a cavarne risposte utili. Quello che aveva retto la bomba, con spille da balia alla gamba ripiegata del pantalone, fa no e sì evidentemente a casaccio. Anche metà della manica destra è vuota, e lui sa dire solo che la sua mano non si ritrovò. "Ma il tuo compagno, questo qui, Sante, percuoteva?" Tace smarrito. "Picchiava? Batteva?" Qualcuno suggerisce: menava? Staccatesi dalle sottane della madre, l'orfanello corre a mostrare il mignolino mancante. (Lo parò il padre.) Ripete due o tré volte che stava vicino a "tata". Lui non si ricorda dell'imputato _ ma non deve aver inteso la parola _ non l'ha visto, erano tanti ragazzi tante pecore e dopo bum. E le pecore strillavano. C'è un intermezzo. Fra i mèmbri del tribunale si discute sul verso della bomba, quale il fondo e quale l'ogiva, dove occorra battere per provocare lo scoppio. Un avvocato esperto di balistica, ex ufficiale di artiglieria, chiarisce ai giudici la questione tracciando su un foglio sagome di bombe in piedi rovesciate e fumetti esplicativi. Sul disegno, quando lo richiamano, con l'indice della sinistra, la testa di sbieco come un uccello per l'occhio offeso, l'imputato docilmente indica la parte che aveva percosso. Si avvicendano sulla sedia spagliata i contadini salendo la pedana con un tonfo. Ognuno, giunto dinanzi al seggio presidenziale e visto sulla parete il Crocifisso, si genuflette segnandosi come in chiesa. Restano sconcertati alla formula incomprensibile del giuramento (gli suona "dilogiuro" al modo sbrigativo come viene imposta). Non capiscono che si voglia da loro. E appare chiaro che non vogliono niente, non reclamano e non accusano, si presentano perché sono stati chiamati con ingiunzione. Nel rispondere guardano al muro, oltre il tocco del presidente, a Quello lassù. Ma non si querelano nemmeno con Dio. Un morto, ragazzi mutilati, famiglie rovinate: di chi la colpa? A Dio si soggiace. Sopravviene un momento, tornati dietro le transenne, che cade il silenzio. Sembra aver colpito tutti l'inutilità di questo dibattimento. Incombe sull'aula la colpa, ma è colpa comune. Poi s'alza il primo oratore a parlare con voce curiosamente stimbrata. I contadini non ascoltano, in attesa che ogni cosa finisca. Atteggiati a coro di tragedia greca, con l'espressione delle facce evocano e commentano da soli la scena: la piazzetta inzuppata di sangue, cosparsa di ragazzi e pecore a brandelli, al centro il corpo squarciato dell'uomo. Urli gemiti e le pecore che "gridano come cristiani". Intorno essi, resi muti da un orrore sacro, l'intera popolazione della costa, pietrificata. Per ore, mentre qualcuno correva giù a cercare aiuto, erano rimasti a distanza senza osare di far niente. I ragazzi si sollevavano strisciando sui gomiti, uno toglieva brandelli dalla mano staccata ed era parso che si strappasse le dita buttandole via. Nessuno poteva far niente altro che guardare in uno stato di annichilimento. Per tré ore erano rimasti così. L'uomo si dissanguava in terra. Un uomo giovane coi figli piccoli. La moglie e tré bambini accovacciati intorno. Si lamentava: aiutatemi ammazzatemi. Morì la sera in un ospedale lontano. La voce degli avvocati deve suonare alle orecchie dei contadini confusa e superflua, vaniloquio. Si direbbe che non li conoscano: quando c'è il morto anche l'avvocato arriva da sé. Sembrano domandarsi che ci sia da parlare tanto, che mai possono dire questi uomini accalorati e gesticolanti. In verità non tuonano contro lo scandalo del mondo, la paura, la paura cieca che non sai più da dove viene, che è dappertutto, piove dal cielo spunta dalla terra e la terra ne rimane infestata; tuonano invece contro il ragazzo, contro Santino di Giocondo, che sta lì con la stessa faccia immobile e rassegnata dei vecchi. Quando le voci tacciono tutto finisce quasi bruscamente, come i contadini già sapevano che doveva finire. SÌ riprendono in mezzo l'incolpato e se lo riportano via, senza parlargli ma reggendolo spalla a spalla fianco a fianco. Quegli uomini l'hanno perdonato. Ma pure il perdono, a misurare col metro giusto, è stato di troppo. In massa, prima di uscire, con un lungo sguardo verso la parete di fondo, i contadini della Ripa si fanno il segno di croce. È come se perdonassero Dio trascurando gli uomini. Perdonarlo anche per la crocifissione del figlio suo.
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