Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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Dice ai compagni: Ti ci faccio mettere il dito. Una sorta di privilegio, a quanto ho potuto capire. Ci conosciamo da meno di due mesi. Succedeva durante la ricreazione quando, fuori dei banchi, credevano di non essere osservati. I primi giorni non c'era confidenza, parlavano solo fra loro in stretto dialetto e se cercavo d'intromettermi subito tacevano stornando gli occhi. Ma avevo colto quella frase: ti ci faccio mettere il dito, e visto l'atto. Più spesso il privilegio era toccato a un bimbo grazioso e dolce come una femminuccia. Sensibile alla bellezza, il rustico Marcello. (La collega G. lo sospetterebbe invertito omosessuale pederasta o come diavolo si chiamano queste orrende cose, lei non ne sa niente, ai suoi tempi non esistevano.) Il soave bimbo alza l'indice della manina e lo ficca nel ciuffo riccio di Marcello, sempre con evidente un po' sbigottita meraviglia. Intorno il crocchio. E io, esclusa, a fingere di non accorgermi. Scoppia qualche timido: pure a me pure a me, ma più d'una volta Marcelle non si produce. Ritirando il testone decide: Mo' basta. E per il momento deve bastare. Non è un gioco erotico, beninteso nei limiti in cui ci si concede ormai, da sant'Agostino a Freud a Reich, di scartare l'erotismo. Adesso tocca anche a me il privilegio, siamo finalmente diventati amici. Lui, il più grande della classe, non è riuscito, quasi tredicenne, a spuntare la seconda. Non gli riesce proprio di andare oltre uno scrivere scombiccherato zeppo di errori e uno stentatissimo compitare. Aiuta al mercato suo padre e sua madre che hanno una bancarella: porta a schiena sacchi di patate, trascina la carretta anche da solo, da il resto senza sbagliarsi di una lira, ma quanto a profitto scolastico sembra che più in là non possa andare. Almeno questo fu decretato negli anni precedenti, dai sei in poi. Decretato così ripetutamente e decisamente che lui stesso se n'è persuaso. In principio, come mi avvicinavo al suo banco, parava tutt'e due le braccia. Visto che non capitava niente, si era messo con più agio e sicurezza _ benché non poco stupito e sempre diffidente _ a leggere e scrivere come gli veniva. Gli è venuto meglio ma non troppo. Del resto a che prò chiamare asino bestia un ragazzo che ha avuto la testa aperta da una scheggia. Lui dice squarciata come un cocomero, con sorprendente efficacia. Andava piccolino per mano a sua sorella quando bombardarono. La ragazza rimase in terra morta. Marcelle ebbe il cranio spaccato (meglio squarciato) dall'attaccatura dei capelli sulla fronte _ è lì che fa mettere il dito, ce l'ho messo anch'io, ci va il polpastrello _fino all'occipite. Ricorda solo il dolore in testa e l'ospedale. Afferma di esserci stato un anno. Un dolore a martellate. (Be', almeno sa esprimersi.) Il cranio ha rinsaldato, testa tosta se lo dice da sé. Non si vede sotto il crespume questo buco profondo da metterci il dito, gli lasciano il ciuffo in fronte. Mario e Marcelle sono gli unici che si ricordano della guerra, pure così vicina, ieri per noi. Mario ha qualche mese di meno. Presto fatto il conto, avevano ben poco. Ma abbastanza per conservarne memoria. Tracce inconsce dentro ne portano tutti. Mario ricorda quando cascavano le bombe e gli prese la convulsione. È un ragazzo lungo secco puntuto, forme e movimenti legnosi, gli s'intoppa la lingua. Apre bocca e le prime parole escono in ritardo, le altre a fiotti accavallate confuse. Poi ricomincia a boccheggiare, arrestarsi e spremerle fuori così ingroppate. Anche lui fermo alla seconda. Solo pochi hanno un'età di bambini. Tutti sono più scarsi dell'età, ce n'è uno che gli si darebbero cinque anni e ne compie nove. Della guerra non sanno niente. Ma chi non l'ha vista l'ha sentita: nella carne nel sangue nei nervi, dentro il corpo delle madri. L'effetto della guerra è prenatale. Ho qui un'accolta d'irregolari. Quelli dell'istituto, cioè delle monache _ la maggior parte passati all'istituto dal brefotrofio _ sono misteriosamente chiusi nella loro origine. Degli altri un po' per volta riesco a sapere: dove sono nati, a chi appartengono, come vivono. Per lo più gente poverissima anche oggi. Quando questi bambini nacquero eravamo poveri tutti. E tutti orribilmente spaventati. Vittorio e Benito, fratelli. Viso terreo, bocca aperta, l'intontimento delle vegetazioni che riempiono naso e gola. Vittorio tiene la testa inclinata e sotto il ciuffo Ìspido che sporge a corno due occhi vacui guardano nel vuoto. Lui così si assenta e si risparmia. Benito è debole di vista fino a posare il naso sul quaderno. Gli occhiali li rifiuta, un paio è già scomparso. Bambini simili sotto gli occhi _ bisogna tenerli al primo banco _sono una specie di monito. Non sembrano bambini ma vecchietti intollerabilmente carichi di esperienza. Pure con quale affascinata attenzione seguono le marachelle di Pinocchio. (Quasi mi vergogno di raccontargliele.) E come tengono da conto lo scatolino con mozziconi di matita, minuzzoli di gomma, avanzi di pastelli. Oggi Vittorio ha uno scatolino nuovo _ innocente l'ha messo in bella mostra _ identificabile per aver contenuto preservativi. La loro madre è una compunta vedova. Si è dunque riparlato della ferita di Marcelle. Vogliono scriverlo e viene fuori per primo: Marcelle lo colse la bomba. Gli altri pensieri seguono consimili: guerra aeroplani bombe. C'è una inconsueta iniziativa nel suggerire sempre nuove versioni della stessa idea. Alla fine, come propongo il disegno, nessuno oppone il solito non lo so fare. LÌ ho visti prendere subito in mano la matita e mettersi all'opera senza titubanze. Marcelle circola per l'aula, chiamato qua e là si piega sui quaderni, annuisce, approva, da consigli, lavora sull'altrui con la propria matita, per una correzione, una rifinitura. Marcelle che abitualmente cerca aiuto. Oggi l'autorità è lui. Perché _ i bambini disegnano, sotto lo scritto, bombe. Con sicurezza, con competenza, senza un dubbio, senza esitazioni. Io non so se queste che vedo siano bombe: forme le più varie strampalate, per lo più tondeggianti, e oblunghe cilindriche coniche, a palla, perfino ornate di spunzoni, circonfuse di fuoco dal pastello rosso usato con dovizia. Questa, dice Marcelle indicandomene una con qualche cosa a lato come un manico, questa è una bomba a mano. Lui, la sua, non la vide certo, neppure gli altri ne hanno mai vedute. Ma tutti i quaderni e tutte le piccole teste infatuate su quei quaderni, sono pieni di bombe.
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