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Il fosso

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1949 - Categoria: letteratura

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Quando furono segnalati lungo la strada a valle i tede- schi, quasi tutti i prigionieri lasciarono le case e si disper- sero per le pendici della montagna. La gente sprangò gli usci, restarono in giro solo le vecchie. Queste vecchie di C. avevano a suo tempo notato e in- terpretato i due fenomeni celesti che, in due anni diversi, annunziarono il cataclisma. (I montanari di lassù ancora oggi stupiscono che nessun sapiente della terra abbia saputo trame ammonimento.) S'intende qui parlare delle straordi- narie proporzioni che assunse Marte in un denso color san- guigno, e dell'aurora boreale, denominata, lassù a C., Pa- squa rossa. L'uomo che nasce sotto la montagna e vive avendola a fronte, erta sulla propria casa, incombente, così ispida e corrugata, l'occhio e l'esistenza, si fa un animo fata- lista, atto a riconoscere la potenza e ineluttabilità dei segni celesti. I quali furono d'altronde così eccezionali e palesi, che atterrirono, sì, gli animi, ma pure li prepararono e, per così dire, assuefecero in precedenza a ogni evento. La stella gonfia di sangue fu chiaro segnale d'una catastrofe apocalit- tica per tutta la terra. E il rossore inusitato del proprio cielo sulle case, che mai potrebbe significare se non strage fra le case stesse? (È un ricordo spento nella memoria atavica, che ribalugina a questo trasudar sangue i cieli, come un rime- scolamento del sangue umano disposto di lassù: la guerra.) Così, si videro di poi in sempre maggior numero le donne ammantarsi delle nere lane del lutto fin sulla fronte, pei loro morti sparsi ai quattro venti, e s'udì di gente straniera venuta a seminar le proprie ossa qui da noi. Infine se ne vide, di questa gente, d'ogni colore e varie lingue, fin nelle case. Ora, ecco gli altri. Allorché i tedeschi giunsero al paese basso, tutto era de- serto, persino rimessi dietro le imposte corrose delle fine- struole i cocci piantati d'erbe aromatiche, e rinchiuse entro l'uscio le galline use a becchettar per le stradicciole lo sterco fumante delle bestie. La compagnia di alpini s'arrestò sulla piazzetta, ch'era piccola e chiusa come un sagrato, con frange d'erba tra i ciottoli e i verdi ciuffi aguzzi degl'iris in cima al muro di pietra sgretolato. Anche le casipole, rogge e fumicose, erano di pietra, a blocchi sovrammessi appena calcinati, respiranti per ogni connessura; e così sprangate (mai il montanaro chiude di giorno la propria casa), avevano un'aria sconnessa pericolante e precaria come puerili castel- lucci di carte da gioco. Al primo urto d'uno scarpone chio- dato contro un uscio, parve sussultare tutta la piazza; i calci dei fucili trassero un'eco profonda dal seno della montagna. Prime a venir fuori, maldestre vorticose starnazzanti, fu- rono le galline, subito seguite dalle decane delle vecchie - la Tanghetta e la Nicitrella - che sbucarono dalla riquadratura buia del loro uscio accanto alla chiesa, le cocche della pez- zuola erte ai lati come nere alette. Poi apparve, e sedé in cima al poggiolo, la bimba dei Sassoli, coi piedi nudi l'un sull'altro. (Cominciò così a far la guardia al soldato russo ch'era nascosto da loro sotto terra.) Infine si schiuse cigo- lando la porta della chiesa, e i tedeschi girarono tutti as- sieme gli occhi. Vi fu chi guardò il bel rosone romanico grondante di fra i trafori cespi appassiti di violacciocche pri- maverili. Tutto il giorno spirò vento - una ventata intermit- tente, molle, non ancor fredda di montagna - e portò via, invisibile, l'ultimo minuto seme dai penduli ramicelli lassù. Piccole faccende naturali si compirono nell'aria, tranquilla- mente, secondo il tempo e la stagione. Al bavarese Karl andò nell'occhio un di quei bruscoli, mentre meditava - ciò che poi fece - di copiare sull'album la bella facciata con la sua gotica montagna dietro. Se lo tolse con l'angolo del faz- zoletto e il vento subito si riprese il suo. Portava ora l'odor dei sarmenti accesi a ogni camino per il pranzo, un sentor di latte, acidulo, rochi belati, confuse voci, e il clamor gaio della Kommandantur, ove, scansati i banchi della scuoletta, si brindava col vinello frizzante della montagna straniera. Il giorno dopo uscirono le vecchie. Nere e lente percor- sero il paese, incedendo solenni osservarono ogni cosa senza parere con occhi di linee, e perfino seppero riferire quanto era scritto sulle ordinanze, subito incollate alle pie- tre scabre dei muri. A C., e in genere in tutti i paesi di mon- tagna, le vecchie costituiscono una parte notevole della po- polazione, e per la loro longevità che le rende così nume- rose, e per la vivacità (gli uomini dappertutto invecchiano più dimessamente) che le accomuna ai bambini nel cicalio e negli andirivieni da casa a casa. Le vecchie a C. fanno di tutto, compiono inoltre funzioni importanti. Essendo sca- dute agli interessi particolari, rientrano nel giro di quelli ge- nerali. In tempi di pace fanno, a esempio, i matrimoni, esse sono come il vento che porta il seme a destinazione. (Tanto vero che, in quell'epoca di terribile flagello mascolino, sem- pre si querelavano: Anche l'uomo ha da esser seminato, come si fa?) Dunque le vecchie subito uscirono e rapporta- rono, collegarono le varie famiglie, si recarono poi anche al bosco, col pretesto di far legna, per portar cibo ai prigionieri nascosti nelle grotte. Infine decretarono che, femmine, sì, ne uscissero pure, non avrebbero corso alcun pericolo, ma l'uomo ha da restar celato più che può. Su al paese alto, alle case nuove, v'erano famiglie forestiere bloccate a C. dall'ul- timo bombardamento che aveva distrutto a valle la ferrovia, internati politici e gente ebrea che si nascondeva. Anche con quelli le vecchie presero contatto, essendovi lassù più gran paura e continua richiesta di provvigioni. Subito i tedeschi requisirono molte stalle e tutti i pian- terreni, pei muli. La prima notte le bestie affamate rosic- chiarono gli assiti di legno e le travi, al mattino protende- vano all'aria i musi con quella gran dentatura macabra sco- perta. Fu duro abituarsi al loro raspare e pesticciar not- turno, nelle abitazioni sovrastanti. Ma già s'era fatta l'abitu- dine a ben altro, con quella rapida assuefazione da cui la na- tura umana trae gran parte della sua forza passiva. Era, in- somma, come se nelle ordinanze non si minacciasse morte ai trasgressori, tanto si continuava tranquillamente a prestar soccorso ai fuggiaschi stranieri. (C'era stato, lì presso, ad Acquaviva, un campo di concentramento, perciò la contrada formicolava di prigionieri.) La ragazzina dei Sassoli, del resto, non sapeva leggere. Essa se ne stava sul suo poggiolo, coi piedi nudi l'un sull'altro, vigili gli occhi forastici sotto l'arruffato ciuffetto rossigno, come a impedire il passo. E dai Bonavia la giovane badava al suo neozelandese, ben de- terminata a serbargli quella preziosa libertà per cui sma- niava. La sera, andata a letto la gente di casa e ritiratosi il bennato Karl nella sua camera (era stata l'accorta Nicitrella a condurlo lì), essa scendeva dalla botola del pollaio con la cena e aspettava accosciata in terra che il giovanotto si nu- trisse. Gli si stava facendo opaco, senza schiarirsi, il bronzeo della pelle, e la chioma folta inselvatichiva alla nuca. Ma quando, vuotato l'ennesimo bicchiere, la guardava coi suoi begli occhi maori ebbri e volubili, la ragazza si sentiva gioiosamente persa. L'unico ordine cui fu mestieri obbedire sinanco alle vec- chie, il coprifuoco, rese eterne le notti già lunghe della montagna. Avendo da anni perduto il sonno, esse tendevano l'orecchio ai rumori della strada e individuavano subito a quale uscio il tedesco ubriaco picchiasse con gli scarponi. Anche riconoscevano, dal tono delle voci, quale mensa avesse dovuto far posto all'ospite indesiderato, o dove in- vece si facesse baldoria con quelli senza scrupolo. Poi, quando venne, immancabile come i trafficanti al seguito della truppa, impararono a distinguere se c'era la Felicina. «Ah!, la puttanella.» Si rigiravano verso il muro, a significar noncuranza e spregio. Non si può gettar troppo seme in un solco, si sa. Esse non s'interessavano alle gesta delle fem- mine isterilite da troppo seme mascolino, era quella una vi- cenda vuota - pura ombra - nel gran quadro ove operavano bilicandosi in cornice. Andarono invece in gruppo a seppellire il morto alla Grotta delle Felci. Lo trovò la Nicitrella e, riportatosi il pa- niere dei viveri, tornò indietro a radunarle per la bisogna funebre. Sopraggiunse il palestinese - un arabo che le rin- graziava sempre in nome di Allah - e prestò il suo aiuto. Decifrarono insieme sul braccio del morto, sotto un cuore trafìtto, il dolce nome di Sarah Ilove. Il morto, un grosso australiano ricciuto come un agnello, vi posava ancora su il mento, ne fu possibile rigirargli il capo. E tutte le vecchie gemettero in sordina lamentazioni per la bella Sarah Ilove d'oltremare, così orbata d'un tal pezzo d'uomo. Esse vede- vano in lui buon seme perduto. Ah! Signore, fa' che ne scampi al diluvio, seme umano, fa' che la tua gente non pe- risca. Dopo un'affrettata sepoltura a fior di terra, il palesti- nese, salutatele in nome di Allah, s'inerpicò più in alto per la montagna e disparve, mentre le vecchie gli facevano die- tro il segno della croce. Ma quel giorno stesso ripassò per le vie del paese in mezzo alla pattuglia tedesca. E la sera fu ar- restato, dai Sallesi, l'internato indù Lokuvanni. A un tratto la montagna si nascose. Tutta la sua alta ri- pida statura grifagna celò in vapori spessi e il cielo prese a oscurarsi a grandi ondate plumbee di nuvole rigonfie. Len- tamente il plumbeo schiarì, si rapprese il gonfiore, da un orizzonte all'altro la cortina s'abbassò tenendosi in una sorda coltre bigia, spessa fino alle invisibili stelle. Da quel volume incombente cominciò a staccarsi un crudo nevischio sull'imbrunire e nella notte tutto franò silenziosamente in terra. All'alba il cielo, terso come una spera, fu incrinato da un rombo sordo lungo profondo: echeggiava la guerra con- tro l'altro versante della montagna. Giù al paese le campane dindarono soffocate e non s'udì passo umano per la piaz- zetta, sebbene un piccolo corteo di donne accompagnassero gli sposi. Si sposava la ragazza d'una masseria, ch'era rima- sta sola essendole morti i vecchi. Lo sposo aveva sulle guance appena una calugine. Uscirono le due decane dalla loro porticciola come da una tana di talpe, e s'unirono alla parentela. Più tardi i due ragazzi tornarono soli alla masse- ria, dietro un muletto che portava sul basto il canestro scarso dei doni e un lavamano di ferro a volute nere. Quando la chiesa fu vuota, vi entrarono i due giovani sot- tufficiali tedeschi e, poste in terra le ginocchia, a lungo re- starono rigidi e immobili sul pavimento. Li vide uscire la bimba dei Sassoli, che spazzava la neve dal poggiolo coi piedi nudi entro gli scarponi di suo padre. Le decane s'e- rano rintanate, il paese appariva ancora deserto e la piaz- zetta di tanto in tanto risonava cupamente di qualche pe- data nella neve, come un bugno vuoto. Invece su, al paese alto, rombava il motore del camion, carico d'uomini in par- tenza per la teleferica. Li avevano rastrellati nelle case prima dell'alba, perciò Hans e Fritz, già a quell'ora, usci- vano di chiesa. Hans tornò alla sua camera dalla vedova Corsi, e Fritz trovò pronto il suo tè bollente a casa Sallesi, ove gli uomini per quella volta non erano stati reclutati. Glielo mescè, senza un tremito, la moglie dell'indù. (Non occorse ringraziare, tè e zucchero erano suoi.) Da buon ba- varese, Fritz apprezzava il comportamento dell'internato, d'essersi convertito e d'averla sposata col rito cattolico; sin- ceramente auspicava che il piccolo sposo olivigno, se dav- vero non fosse una spia, tornasse alla bella grande ragazza, bionda come può esserlo una donna del Sud, con un'aureola di luce calda attorno al viso. Gelato, Fritz non potè avere che il calore della tazza sotto le dita. La giovane, ritta dinanzi alla finestra, gli volgeva la schiena, già un po' appe- santita alla cintura. Fu allora che Fritz, avuto in tal modo il suo tè, si senti terribilmente offeso - e chissà per qual verso ouasi defraudato - all'idea del piccolo straniero che essa portava nei fianchi robusti. (Meglio avrebbe potuto deci- frare quell'oscuro sentimento, se avesse saputo che già da tempo le vecchie ponevano quei grossi maschi brutali e ti- midi fuor del giro della vita di C.) Più tardi Fritz portò alla Felicina una scatola di carne e un pacchetto di Juno; subito la Nicitrella lo seppe e acquistò la carne per l'ebrea che do- veva partorire. Ora le decane erano ufficialmente assurte al rango di protagoniste, poiché la loro bicocca - l'insondabile antro pavimentato di ciottoli ove i tedeschi non entrarono mai come nella catapecchia di quella rozza gente ch'erano i Sas- soli - serviva da provvisorio rifugio agli uomini di tutta la zona, che transitavano di lì per attraversare la montagna e varcare le linee. Perfino gente d'alto rango, signori della città, dormì nel loro giaciglio scricchiolante di foglie di granturco, e un colonnello inglese mangiò di buon grado la minestra di sagne, cotta dalla Tanghetta accosciata innanzi al camino a incitare il fuoco col fiato dei suoi vecchi pol- moni. Egli anzi baciò persino la zampa rugosa nell'accomia- tarsi con un inchino. Ma la imperturbabilità delle vecchie superava anche quella di un colonnello inglese; come i rin- graziamenti di Allah, così si presero gli omaggi dell'alto uf- ficiale, consce che i segni celesti erano stati tali da preparare a ben altro. (È indubbio che la dimestichezza con gli dèi - anche solo la fede in essi - fa partecipe l'uomo più misero d'un'ombra almeno della suprema maestà.) A piccoli gruppi, in quel tempo rigido ma sereno che seguì alla prima nevicata, molti fuggiaschi, dopo una breve tappa nell'abitato di C., intrapresero di notte o alla prim'alba il valico della montagna, guidati da qualche vecchio pastore, alpino del- l'altra guerra. A essi si univano i prigionieri, nudi e affamati, la cui situazione si faceva d'ora in ora più insostenibile. Nella notte, da ogni letto o giaciglio, si tendeva l'orecchio alle fucilate secche che foravano il silenzio e che la monta- gna riecheggiava a lungo tetramente. Qualcuno forse ora cade, un uomo ormai libero per sempre rotola di roccia in roccia in fondo al burrone. Ciascuno scivolava nel sonno sotto l'incubo della rappresaglia, vedendo in sogno il paese ardere come una meta di fieno e fumigare altissimo contro la montagna. Ma per allora, sebbene tre almeno dei fuggia- schi fossero stati colpiti nella notte e scomparsi sprofon- dando tra il rocciame, le pattuglie tedesche non riuscirono a trovare un capo d'accusa contro la popolazione. S'inasprì il trattamento, la caccia all'uomo divenne un terrore quoti- diano e ormai solo le due intoccabili vecchie della piazzetta, quella rozza gente dei Sassoli che non capiva nulla e la ra- gazza invaghita dei Bonavia, osavano tenere in casa gente proibita. Molto influì il cambiamento del comando. Venne un giovane ufficiale paracadutista di nome Lulei, e fece tre- mare tutti coi suoi begli occhi celesti. Gli uomini di truppa - la sera entravano nelle case e, seduti accanto al fuoco, re- galavano caramelle ai bambini mostrando alle donne foto- grafie dei propri - si fecero più diffidenti, arroganti, capita- vano spesso ubriachi ed esigevano di mangiare ove non si riusciva neppure più a cuocere un caldaio di minestra per sfamare i figli. La truppa veniva sostituita di giorno in giorno e gli alpini della prima compagnia partirono infine quasi tutti, anche il bennato Karl che, col biondo capo le- vato - una conocchia di canapa, dicevano le donne - e l'al- bum da disegno tra le mani, se ne stava a lungo come un angelone immobile dinanzi alla chiesa. Fu dopo la sua par- tenza che il prigioniero dei Bonavia cominciò a parlare anche lui di varcar la montagna; ormai nelle case non si po- teva più stare. Si stava invece benissimo alla Kommandantur, ora tra- sferita nel più bel casamento nuovo del paese alto. Dietro le porte degli uffici c'era sempre una lunga coda di postulanti - per lo più contadini cui avevano requisito o rubato le be- stie e donne i cui uomini erano stati imbrancati per i lavori della funivia, lassù in cima alla montagna - che pesticcia- vano ore e ore nella poltiglia formatasi sotto le scarpe e riempivano l'aria di un cattivo odore. Ma dentro era acco- gliente, gaio; tutti quei biondoni tanto impalati per via si ri- piegavano come giunchi per offrir dolci o sigarette alla bella Giulia. Lei lasciava di tanto in tanto la macchina da scri- vere, accettava con un raggiante sorriso e affondava i denti candidi nel denso colore della cioccolata o arrotondava le fresche labbra dipinte attorno al bocchino. Le stava sempre a fianco il viennese Oscar, quegli che la chiamava così gen- tilmente Juliette o addirittura la Joliette. Qualche volta en- trava anche il capitano Lulei ed estraeva la pistola per farle saltare dalle dita la sigaretta. Si seppe che talvolta la bella Giulia si poneva da se stessa in capo un bicchiere e Lulei lo sbriciolava d'un colpo, infallibile. Essa, sebbene di una fa- miglia rispettata, che la teneva agli studi in collegio, dalle suore, e per quanto intenerisse quei tedesconi per cavarne esoneri dal lavoro o compensi alle requisizioni, fu posta dalle vecchie al disotto di Felicina. Sul suo giovanile capo dai ricci all'angelo, secondo la moda così leggiadra di quel tempo, le decane videro chiaramente delinearsi i fulmini di- vini. Capitò una sola volta nella loro bicocca. Giunse dopo il coprifuoco - aveva libera circolazione a tutte l'ore - e s'ag- giustò senza complimenti dinanzi al camino tra i due uo- mini che c'erano quella notte. Il neozelandese dei Bonavia si presentò e subito lei prese a chiamarlo Clifford; l'altro, uno studente della città, suo compagno di scuola, lo chia- mava già Antonio. Celiò sulle fedine che gli riempivano tempie e guance, tirandogliele con le sue dita paffutelle da bambina e domandando se servissero a farlo riconoscere co- spiratore. Aveva portato per essi cioccolata tedesca e sigarette Juno, fumò anche lei per tutto il tempo e parlò senza mai chetarsi - Clifford intendeva perfettamente il dialetto - muovendosi tutta dalle spalle grasse al culetto rotondo che sporgeva dallo sgabello. Accoccolate sul loro giaciglio, le vecchie stettero a incavare minacciosamente le labbra vuote. A un tratto la Tanghetta disse: «È una puttana», e la Nici- trella annuì vivamente. Accanto al fuoco si fece silenzio, poi si riudirono tutte insieme le tre voci. Nell'andarsene, quella baciò lo studente Antonio in fondo alle guance e diede solo un'occhiata fuor dell'uscio, perché non la vedessero sgusciar di lì. Poi le vecchie presero posto sugli sgabelli accanto al fuoco, ove la Tanghetta gettò alcune perle di resina per purgare l'aria. A lungo gli uomini fecero scricchiolare il pa- gliericcio nella notte. Assai prima dell'alba entrò scalza la ragazza dei Bonavia con una cuccuma di latte bollente. Ne diede ai due senza guardarli in viso, con le mani ferme e gli occhi asciutti. Ma poi, quando furono pronti, si avvinghiò al suo prigioniero e stettero a lungo così, mentre lui le pro- metteva con voce rauca, appassionatamente nel dialetto straniero, di tornare. «Revengo. Oh! giuro, revengo.» Pal- lido, un tremito alle labbra, come un bambino sopraffatto, il piccolo studente guardava nel fuoco con un po' di vertigine al capo per quell'odor di chiesa irreale e fatidico ch'era nel- l'aria rarefatta dello stambugio. Ripassarono il giorno dopo in paese: questo ragazzo, morto, sulla barella di rami d'albero portata da due pastori, e Clifford, rigato il viso di sangue, fra i tedeschi della pattu- glia. La parte inglese di lui impedì a tempo ai suoi occhi maori di levarsi alla finestra dei Bonavia, ove la ragazza stava a guardare col labbro fra i denti che si morse a sangue. Ricominciava a nevicare, costoro del corteo ne portavano grumoli sul capo e sulle spalle, dalla montagna. Presto ne venne giù un turbinio, tutti si chiusero nelle case. Ma biso- gnava far fuoco con parsimonia, era ormai proibito anche alle donne recarsi al bosco. Cominciava già allora a scarseggiare il grano, sebbene vi fosse chi ne seppelliva sotterra. E lo spettro dello sfollamento funestò sin da quel tempo gli animi, riagitato ogni qualvolta la popolazione era sospettata in colpa di connivenza. Fu una bordata di neve dalla marina. S'accatastò contro gli usci, riempì i vani delle finestre, seppellì i gradini delle case, ostruì i vicoli. Al mattino si videro i baldi prussiani, quotidianamente sottoposti a duri esercizi fisici, sgombrare le vie facendo forza di petti e di stivali, fra il giubilo muto dei ragazzi. Gli uomini del paese furono adibiti allo sgom- bero della strada con la valle e le donne li raggiungevano a mezzogiorno per portar loro un magro pasto. Di quelli alla teleferica si avevano rare notizie; correva voce di congela- menti, poiché erano stati condotti su coi panni che si trova- vano addosso al momento del fermo, e d'altronde il vestia- rio scarseggiava da tempo. A quei prigionieri ancora vaganti per la montagna era ormai impossibile dar soccorso, la loro sorte appariva segnata. Non s'udiva neppur più riecheggiare il cannone contro l'altro versante, anche la guerra si fer- mava. Col gelo che sopravvenne - la notte le stelle pareva crocchiassero frantumando la spera celeste - persino le vie del paese, così in pendio, erano ardue al transito e la gente dové starsene rintanata. Asserragliata, anzi, ché la truppa te- desca, anch'essa a corto di viveri e priva d'alcole, la notte picchiava agli usci col calcio dei fucili, financo di giorno pretendeva d'entrare, scendere nelle cantine, rovistar le di- spense. Fu un terrore dai Sallesi, quando, proprio dopo il coprifuoco, la moglie dell'indù ebbe all'improvviso doglie violente. Si dové, nel cuor della notte, destare Fritz e chie- dergli aiuto. Consentì di buon grado a uscire. Ma poi, sulla piazzetta, non avendo ben capito, si fermò incerto e finì per picchiare all'uscio delle decane, di cui s'era fatto un'idea come di streghe. Andò la Nicitrella, e le donne di casa, seb- bene si aspettassero la levatrice, ne furono sollevate. Ancora qualcuno in paese chiamava per i parti l'una o l'altra delle vecchie, la cui fama era legata a certi infusi d'erbe, che som- ministravano tanto per le doglie quanto per le crisi mensili delle zitelle, i cui ultimi flussi hanno talvolta la virulenza d'una suppurazione. Nelle mani della Nicitrella nacque il minuscolo piccino olivagno, che subito schiuse gli stretti occhiolini indù. Consegnatolo alle donne avvolto in un pannolino, essa andò in cucina a ristorarsi, avendo prima messo nel fuoco propiziatorie perle di resina. Anche a Fritz, entratogli per il buco della serratura, quell'inopinato odor di chiesa diede la vertigine. Non s'era rimesso a letto. Come l'alba baluginò ai vetri, infilato il pastrano uscì. Per la stradetta erta, puntando gli scarponi nel gelo che crepitava come sale, andò dal suo amico Hans. Era anch'egli levato e stava preparandosi il caffè su un fornelletto a spirito. Lo sorbirono insieme senza parlare e poi, come Hans ebbe tolto dal comodino le fotografie e riposte entro il portafo- gli, scesero la scaletta di legno. Giù la vedova Corsi stava fa- cendo qualcosa nell'androne, non si volse né i tedeschi salu- tarono. Alla Kommandantur c'era gente, due soldati usci- rono di corsa, non senza prima aver fatto alzare quei ragazzi ch'erano sulla panca. In essi - si tenevano per mano intiriz- ziti e sbigottiti - Hans e Fritz riconobbero i due sposi con- tadini visti uscire di chiesa alle loro nozze, quella mattina ch'erano andati a pregare così presto. Il ragazzo aveva la ca- lugine chiara delle guance, a chiazze, erta sulla pelle illivi- dita. Lasciò la mano della compagna per mettersi goffa- mente sull'attenti. Quella si portò subito la mano alla bocca a soffocare un conato di vomito. Aveva i capelli scarmigliati sotto la pezzuola, che uscivano a ciocche brune attorno al volto grazioso, e il petto le si era già colmato nel busto. Quando entrò Lulei col suo passo determinato, di nuovo si alzarono con orgasmo, ma quello andò diritto al suo ufficio senza guardarli. L'inglese era già dentro, con due soldati della pattuglia notturna che aveva fatto irruzione nella mas- seria sulla strada del ritorno. Lo portarono via poco dopo: un uomo alto, smilzo, terribilmente denutrito e stremato, i piedi nudi ravvolti in cenci incrostati di fango, le membra biancheggianti di fra gli strappi, striate di lividore dalla sferza del gelo; andava eretto vacillando, non volse uno sguardo ai due ragazzi, visti per la prima volta all'alba di quel mattino. Subito i sottufficiali furono introdotti dal co- mandante: entrò per primo Hans e capì dalla balenante luce di quegli occhi - la stessa luce minerale tra turchina e verde della fiamma a spirito accesa poco prima - quali ordini avrebbe ricevuto. Da allora, a C., non s'incontrarono più, egli e Fritz, gl'indivisibili, che per servizio. Alle dieci fu vista la masseria ardere contro la montagna e fumigare altissima. Non occorreva altra comunicazione e tuttavia si volle far sapere all'irreducibile popolo di C. - la tromba del bando suonò stentorea e lacerante come corno da caccia - che si dava un esempio. I due sposi ignorarono la loro sorte fino all'ultimo momento. Li vide un pastore per la mulattiera, tranquilli fra i tedeschi, sulla via di casa. Pare che la ragazza per prima si accorgesse, quando, alla svolta, non vide biancheggiare la masseria tra le querce. Era già il pomeriggio avanzato, i muri non fumigavano più, ap- pariva tutto nero come un buco nel frascame. In quel punto li fecero girare verso il cimitero e bisognò prendere alle ascelle la donna, trascinarla a forza entro il cancelletto, che si divincolava urlando. Lì non vi furono che loro due e il plotone comandato dal sottufficiale ch'era dai Sallesi. Tutta- via si seppe che furono fatti voltare contro il muro dei loculi, senza benda agli occhi, legate le braccia sul dorso, e neppure fu consentito a lui di sostenerla con la spalla come pare ten- tasse di fare. Essa in ultimo non gridava più (ebbe un urto di vomito, forse era incinta); gridò poi, quando cadde colpita e dovettero finirla a terra. Al prete e alle vecchie fu impedito di entrare. Ricominciava nell'aria serotina un turbinio di ne- vischio, che accompagnò il nero gruppo fino al paese. Anche lì tutto era muto e deserto, come al cimitero. All'alba rientrò in casa Hans, portandosi appresso in cu- cina, senza scuoterli, gli scarponi carichi di neve. Mai s'era fermato in cucina e la vedova, tolta la cuccuma dal fuoco, si volse a riguardarlo. Capì subito che era stato di guardia ai corpi al cimitero tutta la notte. Era verde in viso, la neve gli stava facendo una pozzanghera attorno ai piedi immobili, come paralizzati. Quella n'ebbe pietà, pensò di dargli qual- cosa di caldo. Intanto accennò che sedesse e il tedesco do- cile sedé, togliendosi meccanicamente il cinturone. Stanotte certo ha visto gli spettri, pensa la vedova. Ma non poteva dirgli nulla, come capirsi? Lui però ha capito, del resto sanno ch'erano innocenti, l'inglese è entrato a scaldarsi così nudo, e ha messo nel fuoco due patate crude che aveva. Neppure lo conoscevano, ma Cristo ordina: Dai da man- giare agli affamati. Mesce nella tazza l'orzo senza zucchero e gliela porse. Il giovanotto aveva ancora fra le dita il suo cinturone e stava leggendo Gott mit uns Lo lasciò cadere in terra per prendere la tazza e ingoiò qualche cosa d'amaro che pure andando giù scioglie la gola. Gott mit uns ma sta- notte non pareva più. Senza ringraziare, posò la tazza vuota sul tavolo, raccolse il cinturone e se ne andò in camera. Ora - pensa la vedova con un senso profondo di nausea - lui va a lavarsi e bisognerà di nuovo buttare il secchio dell'acqua sporca con quei peli biondi galleggianti. Era scesa neve nella notte e continuò a venirne. I ragazzi vi si erano già preparati, ma fu impossibile mettersi in giro a grattar muschio tra le rocce per il Presepe. Dovettero ac- contentarsi di andare in sagrestia a veder svolgere dalla carta i pupazzi di legno riposti dall'altra Epifania. Passando, chiamarono quella dei Sassoli, che c'era stata con loro tutti gli anni, ma non venne. Attraversarono la chiesa in punta di piedi, i maschietti togliendosi frettolosamente dal capo i cappellucci - subito distratti dalla ciambellina di neve che vi scoprirono su - le femminucce, più comprese, tirandosi in fronte le pezzuole fradice: c'erano, in mezzo al pavimento di mattoni, due bare un po' sconnesse di tavole grezze, col coperchio posto a fianco e sul coperchio un rametto bruno di cipresso. Anche quel Natale, pei ragazzi, brillò fulgidissima sulla cartavelina azzurra la stella cometa di stagnola, la cui lunga coda a due punte vibrava argentina a ogni fiato, lambendo la cima d'una palma di cartone che sempre cadeva, senza peraltro turbare l'assoluta e veridica bellezza di quel paesag- gio infarinato. Il cielo era tornato crudamente sereno, ma le ingrandite stelle così confitte non infransero nella notte la spera celeste. Forse - c'è da credere - perché il grosso fu- riere tedesco ha con le sue mani amorosamente aggiustato e ben guernito un albero di Natale. Questo albero, di cui a C. furon dette mirabilia, anch'esso sormontato da una stella cometa, di puro argento, sfavillò nella sala ove si consumava la gran cena, con Lulei a capotavola. Sarebbe inoltre lecito supporre che gli occhi di Lulei, d'un così bel ceruleo, ser- bassero in quella notte la serenità caratteristica di un tale colore. Tuttavia le vecchie sospettarono che avesse, verso l'alba, tirato con la sua pistola alla coda della cometa. Qual- che altra mensa soltanto ebbe quell'anno opulenza natalizia. Alla Felicina non mancò nulla, sebbene, sempre con quel- l'aria famelica, magra com'era, paresse una cavalletta. (Le vecchie, regolando il giudizio sul gusto dei loro tempi, - e che forse l'uomo non va ancor oggi in sollucchero per la ciccia soda? - la giudicavano brutta e raggricciavano per quei suoi braccini nudi, per le membrucce indifese sotto la seta e quell'acino agro tenuto desto dal freddo in cima a una mammellina da niente.) Ma ai tedeschi molto piacevano i suoi capelli corvini e gli enormi occhi neri sfrontati, ed era poi l'unica donna che si prestasse a quella povera simula- zione d'amore. In casa della bella Giulia, dove non mancò mai neppur lo zucchero di cui i bambini avevano perduto memoria, ci fu sempre a tavola qualche tedesco, nelle feste, in ispecie il soldato Oscar, quello studente viennese che pa- reva così invaghito. (A fin d'anno vi andò persino Lulei e alla mezzanotte uscirono tutti sul balconcino, mentre pa- reva che gli scoppi subissassero la casa, a guardar l'effetto dei razzi, alla cui luce la neve sfarfallava in aria vermiglia.) I suoi, anch'essi invaghiti di quella straordinaria personcina espressa come un fiore dal ceppo contadino della famiglia, le permettevano tutto, acclamavano in casa chiunque vi portasse. Nonostante l'irreducibile ostilità delle decane, la stessa gente del paese si rallegrava l'occhio di quella fio- rente bellezza che apparteneva un po' a tutti: le rivolgevano ciascuno un sorriso quando - ed era sempre in giro - pas- sava per le viuzze scortata dal grande Oscar, col suo pellic- ciotto argenteo dondolante sui polpaccini nudi di un acceso color mandarino pel freddo, e i ricci neri, scoperti qualun- que tempo facesse, ben lustri in anella arrovesciate attorno alle guance a pozzette. Aveva occhi lunghi socchiusi, bale- nanti di luccichìi tra le ciglia arricciate in una perenne gioiosa promessa. Il ritorno degli uomini a casa per le feste dalla teleferica ormai terminata fu attribuito a lei. Questo ritorno, insieme all'antico senso di festività inseparabile dal Natale, segnò una distensione negli animi. Anche i tedeschi parvero addolcirsi, quelli che conoscevano qualche famiglia vi passarono la serata, entravano salutando a gran voce, s'in- chinavano alle donne, offrivano goffamente doni commesti- bili. La gente di casa li considerò con improvvisa indul- genza, ed essi, con quel loro incomprensibile candore, cre- dendo sinceramente di trovarsi fra amici, si toglievano il cinturone, ponevano le armi in un canto, tiravano fuori le lettere di casa, bisbigliavano schive e pur abbandonate con- fidenze. Erano stanchi e in angoscia, la loro gente, i figli, perivano ogni giorno sotto le bombe nelle città tedesche sterminate. Poi bevevano e cantavano nostalgiche canzoni di quella terribile loro patria cui stavano immolando anche l'anima. Per via ebbero l'aria festosa, regalarono dolci a tutti i bambini, se li portarono dietro per il paese. I bambini annusavano su di loro il vero odor del Natale, l'odor dell'a- rancia: ne avevano infatti - piccole arance aspre aromatiche del litorale adriatico - portate dal fronte. Anche ne regala- rono. Non si sa, per loro, che odore avesse il Natale, forse quell'anno ebbe odor di morte. Era appena dolcemente tramontata la stella cometa del Presepe, che riapparvero in cielo gli aerei, dapprima altis- simi nell'algido sereno, piccoli nuclei luminosi con una scia di vapore dietro, in tutto simili anch'essi a comete; ma poi presero ad abbassarsi sulla montagna, a roteare puntando selvaggina umana, e il crepitio dei mitragliamenti ritambu- rellava echeggiato dalla cerchia montana torno torno all'o- rizzonte. Di tanto in tanto la slitta portava giù un alpino ben composto, mimetizzato in candore, con le mani sul Gott mit uns della cintura, o un pastore ravvolto nel pelliccione, una croce di stecchi fra le dita. I lampeggiamenti delle arti- glierie sulle creste della montagna annunziarono che la guerra si riaccendeva lungo tutto il litorale. Di nuovo lo spettro d'un possibile sfollamento annichilì gli animi. E a un tratto si seppe che in città l'indù Lokuvanni era stato fu- cilato. Ancor oggi s'ignora come sua moglie lo venisse a sa- pere. La videro le vecchie una mattina attraversare il sa- grato come una pazza, col piccino in braccio ravvolto in uno scialle, ed entrare in chiesa. Andò la Tanghetta a le- varle la creatura, poi giunsero, anch'esse di corsa, le donne di casa con le mani ai capelli. La riportarono su che pareva tranquilla, non piangeva, per via rivolle il figlio. Ma già le era andato indietro il latte, non ne ebbe più. A grandi blocchi anneriti la neve stava ancora in terra, ed ecco, a ricolmare ogni vuoto, e livellare la contrada in- tera, ne vien giù dell'altra. Mai, da cinquant'anni, s'era avuto a C. un così terribile inverno. Persino gli amburghesi stupivano di quel freddo. Ma da loro, su alla Kommandan- tur e ovunque alloggiassero, ardevano gran fuochi e si mangiava bene, poiché gli uomini del paese mantenevano aperta la via di comunicazione con la valle. Lavorarono a spalare anche una notte, con un'enorme luna splendente in cielo che solo a guardarla gelava gli occhi e, a chiuderli, resta- vano fili di luce confitti nelle pupille come aghi diacci. Al- l'alba incontrarono lo spazzaneve e, sulla via del ritorno, le donne, che portavano da mangiare e qualche straccio fem- minile da coprirsi un po' più. C'era, per suo padre, la ra- gazza dei Bonavia, che si teneva a fianco quella meschinuc- cia dei Sassoli, ingozzata in due stivaloni di gomma tutti a fette. Le si era indurito il moccio al naso e le lentiggini sul suo musetto di rossa si facevano livide. Quell'orsacchiotto mutolo di suo fratello le tolse l'involto senza neppure guar- darla. Avevano portato, in mancanza d'altro, infuso d'erbe da bere, ma era ormai freddo e gli uomini lo rifiutarono, addentando con le mascelle indolorite il pesante pane di granoturco. Solo la serva dei Sallesi aveva per il ragioniere pane di grano, ma il giovanotto non prese il suo involto, si rigirò invece lo sciarpone di sua sorella attorno alla bocca gelata fuor del bavero del pastrano. Aveva spalato tutta la notte come gli altri, all'ordine dello sterratore José capofila. Imbracciata di nuovo l'arma, i tedeschi dettero il comando di proseguire. Le donne si misero in coda. Eppure si ballò, nel febbraio, in talune case, e si fece musica, si offrirono tè. Baldoria la truppa ne faceva di conti- nuo, in partenza per il fronte, con grandi bevute, clamorosi cori e sparatorie alle finestre. In tal caso c'era sempre, nel suo abituccio nero coi lustrini da falena - un soldato vi po- neva su ridendo il proprio cappotto - la Felicina. Ma che si accogliessero spontaneamente quelli lì, e gli si suonasse Beethoven - come faceva la "borgomastra" - gli si presen- tasse in punta di dita la chicchera fumante - in ciò fu mae- stra alle paesane la bella Giulia - sembrava a taluni riprove- vole, a talaltri inaudito. Le vecchie, nonché temere l'appari- zione di una nuova stella di sangue, s'aspettavano che il cielo si mettesse a piovere fulmini a secco. Come s'udivano dalla casa accanto le prime note del pianoforte, la vedova di Lokuvanni andava a chiudersi in camera e si coricava nel letto accanto al piccino, tirandosi sul capo la coltre. E lì sotto ricominciava la tortura. (Essa non potrà mai più to- gliersi dal capo questa immagine orribile di lui - l'hanno fu- cilato alla schiena - che s'impenna come il muletto giovane, visto lì in mezzo alla strada appena Fritz, al momento di partire per il fronte, le ha detto che è vedova e baciata la mano.) Aveva molto amato il suo piccolo Dorabji, sebbene ora non riuscisse neppure a ricordarsi il tono di quella voce e a malapena raffigurava la fisionomia della faccia sottile se mirava a lungo il piccino. Gli occhi, sì. Gli occhi scuri e fissi che la guardavano sempre, che instancabilmente l'avevano guardata per tutto un anno, l'anno che era stato da loro. Confinato politico, suddito inglese, straniero in ogni fibra e nemico intoccabile, essa, suo malgrado, s'era messa ad amarlo. Ora, ecco, si ricorda, ma non con la memoria, sib- bene con tutti i sensi, della sua pelle, quella pelle scura e fina, che la morte ha inverdita per sempre. Anche nella vo- luttà impallidiva così, d'un tono verdognolo trasparente, essa sa com'è da morto. E ben sa che non d'altro era preso se non d'amarla con tutto il concentrato ardore ch'era nella sua piccola persona straniera. Per nulla l'hanno ucciso, per nulla. Adesso si ricorda com'erano stati in ginocchio nella chiesa, l'uno accanto all'altro, tenendosi per mano, e lui re- citava il padrenostro come lei gli aveva insegnato, interro- gandola con occhi seri se dicesse bene. E come aveva tanto insistito, chissà perché, su quei sette passi che avevano fatto insieme, giurandosi fedeltà, fino alla porta. S'erano sposati il giorno dopo, lui era come assente alla cerimonia. Veniva da Londra, ma anche da tanto più lontano, essa non lo ca- piva, s'erano solo molto amati. Dietro l'uscio, gonfio il viso per una nevralgia, ancora dentro la sciarpa di lei, il fratello la sentì gemere. Essi tutti di casa non osavano più nemmeno maledire a quello straniero, ora che c'è lì il suo bam- bino, con gli stessi occhi sotto la fronte. Più tardi uscirono gli ospiti dalla casa accanto, s'udì ancora un arpeggio sul piano, il riso di Giulietta, gli stridi d'altre ragazze, la voce profonda del viennese. (Già d'allora, sebbene non paresse, si sentiva ebbro, dal momento in cui essa l'ha guardato in quel modo porgendogli la chicchera di porcellana bianca e oro, e a lui d'un tratto vengono in mente le stufe di Schoenbrun - le aveva proprio viste come enormi chic- chere - e s'è sentito egli stesso crescere smisuratamente.) Già tutte le case del paese, trascorsa l'ora del coprifuoco, erano chiuse e scure come tombe. La comitiva, si seppe il giorno dopo, passò di lì a casa Dimarzio per ballare. Era oltre la mezzanotte quando s'udì il motore del camion ma- cinare asmatico sullo spianato del paese alto. Qualcuno sol- levò il capo dal guanciale, in ascolto, domandandosi chi mai andasse via così nel cuor della notte: un nuovo arresto, forse, o forse ordini, novità: c'era già qualcosa nell'aria di quello spirante febbraio, che gli altri anni aveva già visto violette alle prode dei fossi. Invece era la ragazza che par- tiva, avvolta nella sua argentea pelliccia e in una grigia co- perta militare. All'alba, prima che la gente si levasse, la madre Bonavia accompagnò dalle due vecchie della piazzetta, per sottrarla alle ire paterne, la ragazza che ingrossava. Quelle erano già deste, accoccolate nella loro cuccia, e non batterono ciglio alla novità. Ma già, come animali inquieti, annusavano qual- cosa di grosso nell'aria vaporosa del mattino. (A quell'ora, giù all'ospedale militare, la bella Giulia era spirata.) La madre Bonavia posò in terra il rotolo delle coperte, su cui la figlia sedè a viso asciutto. «Eh! comare» disse la Nicitrella «bisogna che ciò si compia, se è volontà di Dio.» La ra- gazza s'accasciò sulle ginocchia. «Volontà di Dio» asserì la Tanghetta arrotolando sulla nuca il codino bianco. «Mica tutto il seme attecchisce. Guarda quella... la p...» Non pronunziò la parola per riguardo alla giovane. Ma salace la Ni- citrella commentò: «Quella è più larga della porta della chiesa.» Fu la prima giornata d'un inverno senza fine ad addol- cirsi all'improvviso. Schiarì a oriente il cielo roseo, che tra- mutò a giorno fatto in un verdino agro cui la luce stentava a dar consistenza cerulea. Ma si capì che la spera era sciolta e quello un colore di vivo. Liberatasi dai vapori, la montagna riapparve, alta sulle case, tutta nuda, dorata screpolata e fre- sca sotto l'ammantatura di neve a mezza costa, che presto avrebbe scoperto i marezzi verdi dei pascoli. Tutta la ca- tena, lungo un nitido orizzonte, si delineò candidissima contro il vibrante celeste. Un silenzio alto attonito irreale regnò per tutto il giorno sulle case: non s'udivano più le ar- tiglierie. S'udì invece un gran rombar di motori lungo la via a valle. C'era agitazione alla Kommandantur. E anche tutte le donne, a una cert'ora, furono in moto nere e silenziose per le viuzze, come una catena di formiche. Sull'imbrunire, in gruppo, portarono alla intimidita sartina Celeste una pezza di seta bianca e una nuvola di tulle - allora allora tratti da sotterra overano stati seppelliti insieme agli og- getti più preziosi - perché ne facesse un abito nuziale. Era per la morta. Col tulle bisognava comporre una gran co- rolla a dissimulare la testa sfracellata. Le decane non uscirono, ne pronunziarono parole. Se ne stettero tutto il giorno al canto del fuoco, mentre la ra- gazza Bonavia, accasciata in terra, soffiava sui ceppi verdi sfrigolanti. Sigillato l'incavo delle bocche, erte le cocche della pezzuola come nere alette, esse si guardavano di tanto in tanto, sopraffatte dalla potenza del nume che già aveva parlato in loro da tempo: il fulmine è sceso. Che gli altri raccontino pure come quell'Oscar semiubriaco avesse do- vuto infine sparare sulla coppa che lei si teneva in capo sfi- dante, irridente: troppo bene esse sapevano donde era pro- venuto il castigo. Una folla di gente, fra cui le decane non c'erano, accom- pagnò il feretro al cimitero. La cassa, retta a spalla dagli uo- mini, era di buon legno chiaro lucidato, con borchie e ma- niglie di bronzo. Due fanciulle reggevano la gran corona di fiori bianchi, giunta dalla città sul camion che aveva portato via il viennese. Bisognò pesticciare nella fanghiglia con tutto il piede, immollarsi le scarpe, impillaccherarsi fin sulla schiena: stava ormai sciogliendo, il sole scaldava, già prima- verile. Dopo l'interramento, le donne s'accorsero che nei prati le erbicciole si scoprivano, spuntando dall'ultimo strato di neve, e si sparsero a cavarne per la cena coi coltel- lucci dei ragazzi. Il primo seme a esprimere un cespo di violacciocche da un'oncia di terriccio annidato nell'ansa d'una foglia di pie- tra del rosone fu certo quello del bavarese Karl. Poiché Karl ne ebbe un vivace risentimento appunto in quell'occhio. Se ne stava, in un campo, a fior di terra, così come l'avevano messo in fretta i compagni. L'umore dell'occhio, avendo ce- duto sé alla terra, le aveva fatto posto nel cavo dell'orbita. Ivi, a un tratto, avvenne qualcosa, una specie di titillamento di tentacoli sulle pareti ossee, e poi un fremito lungo che si divincolò in su tra i granelli cedevoli, sotto specie d'un qualcosa di tenue e bianchiccio, come un lemure. Ma poi scaturì, al lucente sole, un filo d'erba smeraldino. Per quella terra altri corpi erano sparsi come chicchi di grano. Il vento gagliardo di primavera passò su quella nuova dovizia e, spi- rando verso il Nord, dappertutto continuava a trovare quel seme, e per tutta la sua stagione spinse alle spalle quanto ancora non ne cadeva, sebbene già lanciato per la sua sorte dalla macchina seminatrice della guerra. Come i bruscoli di violacciocche nel terriccio dei trafori, così alcuni di quei chicchi umani andarono a cadere nelle fonde anfrattuosità rocciose della montagna di C., ove già ve n'erano dall'in- verno, come pure sotto i marezzi dei pascoli che hanno lassù un murmure come il grano alto. Altri invece passarono, destinati ad altra terra. Come fu al suo apice la prima- vera - ben frangiate d'erba le connessure dei ciottoli sulla piazzetta, erti gl'iris in pompa viola al sommo del muro - la contrada si liberò. Un mattino, sbattendo le imposte cigo- lanti delle finestrette, s'affacciarono le donne giovani con pezzuole fiorite al capo. Smorticci in viso per la lunga re- clusione uscirono gli uomini nelle strade, con clamori vio- lenti di giubilo. Allora anche il russo, bianco come la calce, uscì di sotto terra, e se ne andò. Dopo tanto che non si vedeva, riapparve la piccola guardiana al poggiolo dei Sassoli, col ventre che sollevava innanzi la sua veste di ragazzina e scopriva le gi- nocchia sporche.

Il fosso