Il fosso
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1949 - Categoria: letteratura
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Quando la ferrovia passò a pochi chilometri dal paese, taluni cascinali sparsi per la campagna vennero a trovarsi sul taglio della strada; quello dei Falalani proprio di fronte alla stazione, che allora sorgeva con una baracchetta in legno grezzo. I Falalani misero su cantina e osteria, presto ingran- dirono e tolsero dal convento della città una trovatella per serva. Costei - chiamata dalle monache la Colomba, in onor dello Spirito Santo - venne con pochi stracci entro la sacchetta, in un abito grigio a piegoni col baverino bianco, e tanto era scarsa da parer bimba, benché contasse i suoi vent'anni sonati. Per casa c'erano figli giovinotti e uomini ne capitavano a tutte l'ore, sicché alla Falalana non dispiac- que quello sgricciolo di donna che, pur faticatrice, mai avrebbe potuto accendere le brame di maschi usi a menar le mani per roba più polputa. In un grembiulone di rigatino casalingo spazzante terra, la Colomba prese a servir la fami- glia - e puranco, nonostante i patti, gli avventori - coman- data da mane a sera alle più varie incombenze, come un garzonetto. Era lesta e alacre, niente ciarliera, forastica anzi. Il capino aveva minuscolo e tondo, da uccello, con una scapigliatura di riccioletti che subito sfuggivano alla rigo- rosa pettinatura monacale, e occhiolini morati luccicanti, si- mili ai frutti del rovo lì pei bordi dello stradone. Così bruna d'incarnato, poi, da parere un moretto, altro che Colomba. Ma gli uomini la chiamarono Colombina ed ebbero con lei inusati garbi. Che però a qualcuno passasse pel capo di torla in moglie, mai e poi mai avrebbe temuto la Falalana; fu dunque ben sbigottita quando, prima ancora che spirasse l'anno e fruttasse la spesa, gliela richiesero: un bietolone di bracciante, uno del paese, che lavorava lì alla strada e mai era entrato a berne un goccio. «E che, sono forse sua madre?» s'impennò la Falalana con repressa furia. L'uomo taceva, rigirando fra le mani un berretto sfrangiato. «Di' su, sono forse sua madre?» incalzò la donnona, con le mani ai fianchi. «Lo sai che...» «Io la prendo lo stesso.» «Ah! sì, tu la prendi. E lei, ti vorrà lei?» L'uomo annuì timidamente e il berretto gli cadde sui piedi. Esitò a raccoglierlo. Purtuttavia la Falalana capì che lei l'avrebbe voluto, se l'erano forse detto con gli occhi dalla finestra. S'infuriò, lo coprì di contumelie, fu chiamata la ra- gazza. Essa venne e, ascoltando, una tinta corallina soffuse le brune gote. Cincischiò il grembiule, celò il lustrino degli occhi, non disse né sì né no. Era dunque sì. Allora la Fala- lana, inviperita: «Che te la diano le monache, se vogliono.» Il bracciante si trovò in parlatorio una mattina di dome- nica, col berretto sfrangiato in mano e i capelli ancor goc- ciolanti dell'acqua menatavi in furia alla fontanella del sa- grato lì fuori. Veniva a piedi dal paese, tutto coperto di pol- vere. Aliava un odor di incenso nell'aria appannata dello stanzone, entrò una conversa con due gerani rossi che schiarivano. Poi venne la Madre, accompagnata da una mo- naca grassa. «È lui?» domandò. Nessuno rispose. La conversa, posti i fiori sotto l'immagine trafitta dell'Addolorata, uscì di sbieco. La monaca grassa fece sedere la Madre, ch'era mi- nuscola e gobetta, in un seggiolone. «Venite innanzi, galantuomo.» Il galantuomo, che pareva allibito, avanzò un piede, senza osare di levar gli occhi. E così in temenza ascoltò il sermone della Superiora, la quale, esaminata severamente questa deplorevole pretesa di voler mutare la sorte d'una ra- gazza tanto ben collocata, lo richiese di lasciarla in pace. Come non s'ebbe risposta, aggiunse ch'era informata esser lui un poveraccio senza nulla al sole. «La prendo lo stesso.» «Eh?» fece la Superiora, e si tolse gli occhiali. Lo ve- deva più in confuso di prima, ma più evidente: una forma grossa inerte e inamovibile come un masso. «Eh?» Egli balbettò che aveva un tetto, l'orto, le braccia, po- teva custodirla e nutrirla. «Ha casa e orto?» domandò la Madre superiora alla mo- naca grassa, girando come una tartaruga il suo capino di gobbetta. Quella si strinse nelle spalle. «Casa e orto hai, cristianone?» «Ho un tetto, sì...» «Un tetto, eh? la Madonna ti benedica. E i muri, di', ce li hai attorno a questo tetto?» Le informazioni parlavano chiaro: povero in canna. E impostore per giunta. «Lo sai che è peccato dinanzi a Dio? Lasciala, lasciala in pace, è sistemata bene. Una povera figlia di nessuno, la Ma- donna non vuole...» «La prendo lo stesso.» Fu così che un giorno se n'andarono insieme dalla casa dei Falalani. Titta (s'erano sposati all'alba nella chiesa dei frati) venne a prendersela col mulo. Sul basto posero il trep- piede di ferro a volute nere col catino scrostato, che la pa- drona infine regalava, la sacchetta con le cifre ricamate in rosso a catenella e due vecchie lenzuola ravvolte in una co- perta grigia militare: tutta la dote della sposa. I giovinetti Falalani, un manovale della stazione e qualche avventore che si trovò al momento nell'osteria, vollero offrir da bere agli sposi, brindarono alla loro salute. «Figli maschi, figli maschi!» Apparve l'incarnato corallino sulle guance della Colomba, i suoi occhietti celarono il lustro ma si scoprì nel sorriso la granitura minuta dei denti. Denti bianchi, a chic- chi fitti piccini, che le villane non ebbero mai. Gli uomini s'intenerivano. «Questo diavolo di Titta!» gridò entusia- smato un giovinotto, battendo una pacca amichevole sulla schiena del bracciante. Egli, vuotato il secondo bicchiere sogguardò la sposa; insieme se ne andarono. Poco dopo, uscendo, e vistili appresso al mulo, per la strada del paese - lui innanzi, lei dietro nel suo abituccio grigio da orfanella - la Falalana trasse un sospiro, ma fu ormai di mera compas- sione. Alla Colomba, che aveva visto così poco mondo, piacque il paese, come vi giunsero e le si presentarono, bene alli- neate sulla strada, case nuove, bianche, con balconi verni- ciati e, tra i ferri, cascate di garofani fiammanti. Il mulo im- boccò una viuzza, salirono per l'erta, in uno smottare di pietrisco sgretolato dalla montagna, fra muri vecchi e mu- ricce di sassi su cui la vitalba spioveva molle. Al seguito, avevano per corteo una torma muta di monellucci scalzi. Su in cima, ove le casupole erano un accatastamento, Titta si fermò e, scaricato, diè la cavezza a uno dei monelli che si portò via il mulo imprestato. La casa - un cubo di sassi so- prammessi, con pochi embrici addosso che radevano quasi il sentiero - era tutta di sotto, bisognò scendere per entrarvi. E dentro, allo scuro, sapeva di fumo e di sambuco. Titta spalancò la finestruccia, si fece lume di giorno sull'affumica- tura delle pareti. C'era un focolare. Svelta la Colomba drizzò in un angolo il suo treppiedi e vi pose su, biancheggiante, il bacile. Camminava su uno strato di tritello in terra, la vecchia foglia cavata dal paglie- riccio. Sui cavalletti il saccone, ripieno di foglia nuova, stava pingue e irto, a fauci spalancate, non avendo Titta saputo ricucirlo. Tratto dalla sua sacca l'occorrente - e appesala poi a un cavicchio nel muro - la Colomba riaccostò i lembi e chiuse con bei puntoni regolari. Intanto lo sposo, non es- sendovi in casa una granata, prendeva di terra a manciate il tritello e lo buttava fuor della finestra. Essa poi aggiustò sul pagliericcio le lenzuola rattoppate e la coperta grigia. Man- cava il guanciale, la Falalana non aveva voluto regalarlo. Sul muro, attraverso una croce nera di legno senza Cristo, il ra- metto dell'ulivo pasquale doveva esser vecchio di anni, non rimaneva che lo stecco. Ora, dubbioso d'aver apprestato a dovere la casa, Titta spazzava zelante, col palmo delle mani, l'ultima polvere dai mattoni sconnessi, e poi uscì con la secchia per l'acqua. Rientrando, la trovò che metteva fuoco a certi sterpi nel ca- mino, accosciata lì dinanzi in un nugolo di fumo. Non era stato più acceso, non tirava, bisognò buttarvi l'acqua. Dopo, lui sistemò gli sgabelli accanto al suo tavoluccio - un vec- chio deschetto impeciato da ciabattino - e, aperto il riposti- glio nel muro, trasse una pagnotta bruna e una forma chiara di cacio. Sedettero e si sorrisero. Ed ecco, mentre mangiano nella stessa scodella, il ragazzo del mulo entra a portare in regalo, da parte di sua madre, una ricottina nella fiscella co- lante siero. Titta ha anche un cucchiaio di stagno, pesca per tutt'e due dalla fiscella la dolce pasta di latte. S'era fatto buio quando la Colomba, levatasi, andò alla finestra, e subito uno sbuffo di vento le portò agli occhi lo spolvero di tritello. Non ci si vedeva quasi più, di fuori, solo distinse la forma sterposa da cui emanava l'odore: un sambuco vecchio. Giù, e su adesso, era nero, non capì se ci fosse lo scoperto o muri di case. Di dietro, Titta le si ap- poggiò addosso, mancava posto per due sulla listella con- sumata del davanzale; le si appoggiò tutto, pesantemente, e incrociò innanzi le braccia imprigionandola forte. Non l'aveva ancora toccata mai. Dopo un poco si vide deli- nearsi uno scrimolo di tetto, e baluginare, finché ne spuntò un corno bianco di luna, a testimonianza di quel poco di cielo ch'era sopra. All'alba Titta s'alzò per trovarsi in tempo al lavoro. Come fu vestito - lavare si lavava alla fonte - mise in tasca un pezzo di pane, lanciò uno sguardo incredulo al letto, e uscì stirando le membra felici al frizzo mattutino. Il primo frutto la Colomba lo scodellò, immaturo, nei campi della parrocchia, ove stava a mondare il grano con le altre, frammezzo ai papaveri che le avevano dato la verti- gine. «Non tiene» dissero le donne. «Con quel ventricino, ecco, si sconcia digià.» Fin dal principio esse avevano esa- minato con disdegno l'esigua sporgenza del busto e l'anca smilza da bimba. In realtà, la Colomba non s'era ancora abituata al lavoro di campagna. Anche dopo, così mingher- lina, la chiamavano malvolentieri con le opere, lesinavano sulla giornata. Ma si sa che un povero bracciante - scapato per di più: con un buco vuoto di casa, prender moglie senza neanche la camicia - non ce la fa a campar famiglia. Dap- principio la Monachicchia (così l'avevano soprannominata in paese) credeva di spassarsela a grattar quel buco di casa - ormai lustrava sgombro com'era - e correr dietro a suo ma- rito. Dalle casipole accoste, la udivano fin dall'alba sbattere e strofinare e spazzare senza tregua. Poi, col canestrino del pranzo in capo, se ne andava bel bello a raggiungerlo, là sotto la stazione, sebbene lui fosse avvezzo al suo tocco asciutto di pane. Mangiavano assieme, sul bordo della strada, sotto un albero, e non si guardavano per non eccitar le celie salaci degli uomini. Il resto della giornata, la Co- lomba lo trascorreva dai Falalani a servire nell'osteria o a fare il bucato. Adesso che doveva pagarlo, il servizio, la pa- drona parve tenerla in maggiore considerazione. Ma non volle danaro, quella scriteriata: si prese il coccio dei garo- fani rossi e quello con l'erba persica, qualche vecchia stovi- glia, i due grembiuli di rigatino e altri stracci, più un paio di pollastre per ova da tener nell'orto. Inoltre la sera cena- vano, marito e moglie, con gli avanzi dell'osteria. Poi se ne tornavano a casa e, una volta per la campagna deserta, si prendevano a braccetto; se non c'era lume di luna, anche si baciavano. Fu la loro stagione felice: quella, se Dio vuole, che tocca a tutti: ai poveri non più d'una volta, ma non per questo se la godono meno, anzi. Quando i lavori s'allontanarono dalla stazione, Titta dové riprendere le antiche abitudini. Prima a casa non tor- nava mai, capace di dormire ovunque, sotto un carro, in un fienile, d'estate allo scoperto: e così riprese a fare. Intanto la Colomba ingrossava, non poté più percorrere tanti chilo- metri tutti i giorni e i Falalani s'erano provveduti d'un'altra serva. Fu allora che cominciò ad accompagnarsi con le donne del paese, se c'era da far giornata nei campi. Il sabato Titta tornava, veniva su a piedi, per quanto tempo ci vo- lesse, giungendo talora a notte inoltrata, e per prima cosa poneva sul deschetto la paga quasi intera. A sostentarsi come facevano sarebbe bastata, ma un bracciante non sem- pre lavora, e inoltre non avevano proprio nulla, se non quel buco di casa vuoto e i cenci addosso, e lui li consumava, al- troché, era sempre coi piedi fuor delle scarpe. Con l'andare degli anni, industriandosi, la Colomba riuscì a fornirsi delle masserizie più necessarie, ma il suo sogno, di poter com- prare un paio di lenzuola nuove, vere lenzuola tutt'un pezzo, non potè mai realizzarlo. L'aveva detto la Falalana, l'avevano detto le monache, continuarono poi sempre a ri- peterlo le donnette paesane e le aspre benefattrici, che met- ter su famiglia senza uno straccio di roba è da pazzi. Pazzi erano stati Titta e la Colomba, ma parevano non avveder- sene. Lui restò sempre quel grosso bietolone quasi mutolo e insensibile ch'era, pago del suo pezzo di pane e prono alla fatica come un asino; lei non si capiva che avesse in corpo, così forastica e taciturna. Ma certo - Dio li fa e poi li accop- pa - stavano bene insieme. Invano le comari tentarono di mettere il naso nel loro buco, d'appiccar relazione come- chesia, d'attaccar briga; educatina e ritrosa, la Monachicchia lasciava cadere ogni approccio, si sottraeva alle comunelle femminili, alle querele, alle liti, con un buon garbo umile che disarmava. Finirono col non volerle davvero male a quel tizzoncino alacre di donna, e solo in qualche rara occa- sione di baruffa grossa fu chiamata figlia di puttana. Agli uomini, per altro verso, entrò in grazia dal princi- pio. Il brillìo degli occhi morelli, quelle perlucce in bocca, la schiva aria monacale e l'origine oscura, tutt'insieme, li addolcivano esaltandoli un poco. Guardarla era, per molti, ricordarsi festevolmente della città, chi v'era stato soldato sentiva richiamarsi a immagini lucenti di certi luoghi, quelle donnine profumate con calze di seta e giarrettiere di lustrini da accessibile paradiso. Eccitati alla galanteria, se l'incon- travano sola pei campi, glielo mostravano indirizzandole te- neramente delle oscenità. Ma fu per poco, ché, a vederla se- gnarsi come allo schianto di un fulmine, capivano di far peccato nero contro una innocente. Per lungo tempo, sbrigate le faccende e preparato il cibo, non potendo più raggiungere Titta, la Colomba s'af- facciò alla finestruola e stette per mezze giornate a rimirare il fosso. Così le donne chiamavano quel che Titta chiamava orto. Era in realtà un appezzamento di terreno rimasto al- l'oscuro dietro il mucchio delle casipole più povere, lassù in cima al paese. L'unico lato libero, a ponente, era chiuso da una muriccia sormontata da rovo e vitalba infrascati as- sieme. Di tanto in tanto s'aprivano quei buchi di finestre sul retro delle case e veniva vuotato nel fosso un orinale o vi piovevano manciate d'immondizia. Ve n'era un cumulo, entro cui il sambuco, scerpato dalla ragazzaglia, corroso, nero come di grumi, continuava a verzicare in primavera e ad aprire le ombrellucce bianche dei fiori, impregnando at- torno così forte l'aria d'un odor sapido di malattia. I ragazzi che, superando d'un salto la muriccia sgretolata, andavano ad accoccolarvisi per fare i loro bisogni, finirono per met- tersi soggezione di quella donnina che restava affacciata senza dir nulla finché si nettavano con una foglia del sam- buco e si tiravano su le brache. Quando le vicine la videro star sotto l'albero, si peritarono, se non di gettar le immondizie, almeno di vuotare gli orinali, pur borbottando. Infine, zitta zitta, la Monachicchia rimosse quel letamaio, trasportò scavò rivoltò, e un giorno ebbe ripulito il fosso. Le vecchie si ricordarono che la madre di Titta, lei pure, aveva voluto piantarci qualcosa. Neanche di sole ce n'è per tutti a questo mondo, ben si sa: ma certa gente non vuole accorgersi che il sole non l'arriva. Alla seconda gravidanza, come fu ingrossata, la Colomba non andò più pei campi per non sconciarsi un'altra volta. S'ingegnò allora d'entrare nelle case dei ricchi. Pochi ve n'erano in quel paesuccio sotto la montagna (scarsi, e avari, anche i campi), ma pure trovò di tanto in tanto da far bucati conserve rattoppi. Le monache non le avevano insegnato il ricamo, ma l'ago in mano sapeva tenerlo, e ne ricavò qual- che scarto di biancheria e di vestiario, o da mangiare, in compenso.Un sabato che tornò tardi, avendo percorso molti chilometri, Titta inciampò al buio in qualcosa che gli venne tra i piedi. Era una canestra ricolma di piuma d'oca e gallina. Il sabato appresso la trovò occupata dal suo primo figlio, e parecchie comari stavano attorno al pagliericcio su cui la Colomba aveva quasi partorito da sola. Ma si sa che, in paese, certi avvenimenti non sfuggono al fiuto delle donne: subito erano accorse e l'assistevano. Diedero da mangiare a Titta - roba buona, portata dalle loro case - col riguardo che si deve all'uomo in tali occasioni e, sistemata ogni cosa, li lasciarono soli, parlottando poi a lungo per le viuzze e sui gradini degli usci, che una simile miseria non s' era mai vista. Sì che una volta, quando Titta era restato orfano e solo, non gli rimanevano che i muri, ma anche adesso - Dio li protegga - han forse tanto da viver come cristiani e figliare per giunta? Doviziose di biancheria tes- suta col lino del campo fin dalla nascita d'ogni figlia, tutte le case, anche povere: e qui, per l'amor di Dio!, neppur tanti stracci da raccogliere il sangue d'un parto e rivoltar la crea- tura. Ah! no, non si comincia da nulla la famiglia. Tutta notte, con l'ossa triturate dalla stanchezza, Titta sedé su uno sgabello, al buio, accanto alla canestra da cui non partiva un alito. All'alba, come fece chiaro abbastanza, vista una pezza rosea, sporse due dita e la scostò: c'era, lì sotto, qualcosa che non gli resse il cuore di guardare a lungo: c'era una figlia, una femminuccia con gli occhietti aperti. La Colomba si svegliò e, aperti i medesimi occhi morelli, gli fece un riso indebolito. Titta dové riprendersi di sotto il capo la giacca che vi aveva messo per guanciale, e andarsene a lavoro. (Le donne recarono in dono più tardi alla puerpera, avendone cavato ciascuna una manciata dal proprio materasso, tanta lana da riempirne la sacchetta.) Quella figlia, e il secondo maschio, furono gli unici a campare. La Colomba ebbe gran latte alle sue mammelline da niente, essendo ancora così fresca di gioventù da tener testa alla miseria. E ancora la gente, sebbene mai chiedes- sero altro che in mercede di lavoro, non s'era stancata di soccorrerli. Specie quando a Titta mancava la giornata, lei s'ingegnò sempre come poteva, con la campagna e gli aiuti casalinghi alle famiglie. Finché erano lattanti, i figli se li portava appresso, li teneva a dormire sotto un albero o do- mandava licenza di posar la sua canestra in un angolo della casa mentre sfaccendava, in un canto del cortile se era il bu- cato. Ma quando furono svezzati li lasciò nell'orto. Lei e Titta continuavano a chiamarlo così, sebbene da tempo fosse tornato allo stato primitivo. Messe in quel fondo di buca - attingeva un po' di sole la cima del sambuco - le insalate e i cavoli tornavano allo stato selvaggio, espri- mendo a stento certe nerastre fogliuzze amare, aspre, da torsoli lunghi e tigliosi. Anche i garofani, alla finestruola, aprivano i bocci sfiancati e dallo spacco sbucava un groppo di petali già vizzi in punta. I due bimbi se ne stavano at- torno all'albero - sempre più scerpato bucherellato gru- moso, a braccia larghe come un Cristo - o si trascinavano nel terriccio empiendosene fin sui capelli. Poi si spollinavano scotolandosi, proprio come le spennate pollastre con cui razzolavano da mane a sera. Non riuscendo ancora a su- perar la muriccia carica di frascame - lì in mezzo, or l'una or l'altra, le galline scodellavano il cocco - erano paghi di quel poco spazio pei loro giochi: vi guizzavano senza posa, minuscoli e neri, come girini in una pozzanghera. Nelle ore calde s'addormentavano a pancia all'aria, sotto un nugolo di mosche, mentre il sambuco sopiva in un odor vizzo, sor- montato dalla sua tromba immobile di moscerini roteanti. Talvolta, dopo una rapida occhiata, qualche donna vuotava l'orinale o buttava una manciata d'avanzi, delizia dei polli che accorrevano a banchettarvi, senza prendersi soggezione di quelle due bestioline umane. Magari poi li chiamavano per lanciar loro un cantuccio di pane, se la Monachicchia tardava e li udivano berciar per fame. Una volta, di lassù, la giovane dei Pratesi li vide che, intinto un dito nella lor pro- pria cacchina ancora fumante, se lo succhiavano di gusto. «Ohi!, Madonna» strillò raccapricciando, e poi rise, e strillò ancora, ma quelli neppure capivano. Se ne sparse la voce e d'allora i monelli accorrevano, nelle ore d'ozio, in cima alla muriccia, a prendersi spasso. Sbellicavano dalle risa allor- ché, messosi Innocenzo innanzi al muro a pisciare, subito gli accorreva a fianco Onorina e, alzato il guarnelluccio, sporto anche lei l'inguine, acchiappava d'ambo i lati le sue polpine, meravigliando di non trovar buona presa come il fratello e inutilmente invaghita del di lui zampillo così alto. Ma quando stava in casa, la Colomba teneva i suoi bam- bini netti come passeri. Era un miracolo che riuscisse a ve- stirli; e vi riusciva, comprese le calzature, col garbo buffo e gentile degli arrangiamenti di pezze variopinte che combi- nano le bimbe sulle bambole: felice se le capitava un vec- chio nastro da porre a mo' di fusciacca attorno alla vita di Onorina. Quella volta che, attuando un antico disegno, condusse finalmente i suoi piccini così parati in città, dalla Madre Superiora, subito, al colpo d'occhio esatto e critico di quella, sentì stringersi il cuore. Stavano come due uccel- lini di nido spiumati, in mezzo al pavimento lustro, sotto lo sguardo inquisitore, meschini e sgomenti. E a Innocenzo, dalle ciocine di pezza, sbucava già un alluce irrequieto tutto polveroso. La Superiora soppesò con lo stesso colpo d'oc- chio i quattro cespi d'insalata comprati al mercato. «Ah! Questa roba cresce, nell'orto del tuo cristianone?» Non ci credette. Ai bimbi fece dare un mostacciolo per uno e la congedò. Purtuttavia la Colomba aveva rivisto con emo- zione l'Addolorata trafitta, lì sul muro, e i gerani rossi, e an- cora, uscendo, aspirava l'odor d'incenso: odore che con- servò sempre, per le sue nari di vecchia educanda, un sentor di divino e quell'aroma di consolazione che vi annusa la po- vera gente. Andavano - Onorina alla mano del padre che se ne gon- fiava d'orgoglio, Innocenzo a quella ammonitrice della madre - lindi e striminziti nelle vecchie robe altrui, tutt'e quattro alla Messa, immancabilmente. Il prete li additava ad esempio. Additava anche la Colomba alle donne, che pre- stano oggi volentieri orecchio ai suggerimenti del demonio per sottrarsi ai doveri del proprio stato. Durante vent'anni si vide in paese la Monachicchia sempre col fardelluccio d'un bimbo addosso - un cosino col capo tondo come una pallot- tola, un filo di collo e occhiolini vividi spauriti - che pareva sempre lo stesso. Invece ne faceva uno l'anno, le morivano tutti. (I vecchi di Titta avevano avuto dieci figli e sopravvi- veva lui solo: anche perciò pareva sempre uguale, come se continuasse a sgusciare e perire la medesima covata). La prima volta che Innocenzo e Onorina ebbero co- scienza dell'avvenimento, restò loro impresso come un fatto straordinario, esaltante. Trovarono una mattina il bimbo, che aveva tanto vagito al capezzolo della mamma, fermo e zitto, bianco bianco, aggiustato sulla tavoluccia, con la cuf- fia in capo e ravvolto in un panno da cui sgusciavano i pie- dini rattrappiti. Lo toccarono, era freddo. Il babbo stava ritto in piedi, la mamma piangeva. Li mandò a cogliere la vitalba sulla muriccia, ed essi ne strapparono tanta e poi tanta che, fra cespi e ciuffi, il fantolino era quasi sparito. Poi lo misero in una cassetta di legno e vi stava come una bam- bola nella scatola, con un nasino giallo che spuntava tra i fiori cerei della vitalba. Fu tale l'eccitazione, che corsero di nuovo fuori a coglierne dell'altra e, come passavano i ra- gazzi, a gran voce, giubilanti, li chiamavano perché entras- sero .i vedere. «Ohi! Verzé, ohi! Ro, Jusé. Oh! oh!, Nannì, Pié...» Apostrofarli così e trarli in casa, insolito ardimento pei due forastici. Anche quelli, appena entrati, ecco, zitti- scono e si scoprono la testa come in chiesa, come alla pro- cessione. È anche questo un santino, o forse il Bambin Gesù. Onorina, visto calar dalla vitalba un insettuccio e pas- seggiare sulla guancia gialla del santino, n'è così angustiata che scoppia in lacrime. Ma poi si abituarono, neanche la madre piangeva più. Subito Titta era pronto a combinare coi suoi arnesi una nuova scatola di legno. Ormai capaci di oltrepassare la muriccia e andarsene in giro quando restavano soli, non prendevano per il paese, te- mendo la ragazzaglia, ma andavano in su, verso il casta- gneto, e si portavano dietro una pecoruccia. (L'aveva tro- vata la Colomba lungo il fratturo, mezzo morta, e rinvivita colandole in bocca latte dai suoi capezzoli.) Trascorrevano le ore a ruzzare, erano come cuccioli smaniosi. Pareva ani- marli una vitalità roteante, il giro vorticoso d'una breve ca- rica meccanica, che, al suo acme, prendeva del frenetico: in- vilucchiato il capo d'erba e pagliuche, tinti in viso di succhi vegetali, come piccoli coribanti ballavano sui piedi nudi at- torno alla pecora saltabeccante. A un tratto li falciava il sonno, dormivano dove si trovavano - bastava una ruga d’ombra - accovacciati a fianco a fianco, o con la gota sul vello sudicio della compagna, prona anelante dal caldo. Ed ecco, svegliandosi, erano di bel nuovo ricaricati. Mangia- vano more per le siepi, castagne ai piedi degli alberi, uva nelle vigne altrui e a primavera succhiavano i viticci agri della vitalba. Erano verdognoli e smilzi come pianticelle essi stessi, con gli occhiolini lustri della madre. Alla bimba, crescendo, si fecero lunghi ovati, due enormi olive che riempivano il triangolo della faccina di dolci liquescenze. Presto impararono a trovarsi a casa quando tornava la mamma, con un fastello di rami secchi per far bollire il cal- daio della minestra. D'inverno restavano in casa, coi polli e la pecora, coricati sul loro stramazzino dai cavalletti nuovi, nudi bruchi e allacciati per scaldarsi sotto un mucchio di stracci. Uscendo, la Colomba aggiungeva una coperta del suo letto e invitava la pecora a stendersi sui loro piedi. Ma essa, talvolta si rifiutava testardamente a quell’ufficio, prefe- rendo, via la padrona, di andare a mettersi sola sull'altro pa- gliericcio più vasto: s'accovacciava come un gatto, nel buio splendevano le pietre verdi dei suoi occhi. C'era un puzzo caldo di stalla e, se la canestra era occupata, vi si mischiava acidulo l'odor del lattante. Ormai a Onorina veniva affidato l'ultimo nato: d'inverno, al frignìo, lavatasi, alimentava il fuoco con gli stecchi che Innocenzo andava a racimolare per le fratte; d'estate, si trascinavano la canestra come una carrozzella da bambola fin su al castagneto. Non andavano ancora a scuola, vi furono ammessi quando ebbero le prime scarpe, l'una a nove l'altro a otto anni. C'era una ragazza a insegnare, e con quei due sgriccioli fece le sue più dure esperienze. Non capivano nulla, non si posavano su nulla: come parlare un'altra lingua, buttar voce nel vento. (Un'altra lingua, infatti, parlava, poco essendovi d'intelligibile per essi ove non fosse natura, pura semplice e selvatica natura.) Sparivano a un tratto dalla vista bisciando sotto i banchi, non si poteva tenerli in alcun modo: gli pas- savano frulli pel capo e via, loro, dietro quei frulli: infilereb- bero anche l'uscio a non riacciuffarli in tempo. La ragazza ne fu infine sgomenta al punto che guardare quella bimba verdognola e guizzante come una lucertola, quel bisciolino di maschietto con due capocchie di spillo impavide della più assoluta innocenza e incoscienza sotto la fronte, le provo- cava una scorata confusione e, ahimé!, certa deplorevole re- pugnanza. Erano animaletti, talvolta col frenetico in corpo. Ma se, scappandole la pazienza, metteva loro le mani ad- dosso, subito impietosiva: le dita si ripiegavano su quegli os- sicini minuti, sul vuoto degli straccetti entro cui pareva non esservi nulla. Tutt'occhi, indomiti negli occhi, continua- vano a fissarla senza sottrarsi, disarmanti. Era in loro qual- cosa di così fragile e inconsistente che batterli non si po- teva, solo sbalordire di tanto sperpero vitale in così grame esistenze. La ragazza ebbe anche sufficiente intuito da per- cepire quanto di fittizio e morboso fosse in quella cieca ir- requietudine, come la sensazione d'un girare a vuoto, una carica breve senza scopo. Ed erano poi pietosamente carini, al pari della loro madre, che andava sempre a informarsi e alla quale bisognò più volte rifiutare, assieme alla speranza d'un qualsiasi progresso, l'uovo fresco che portava in re- galo. Il maschio era lei medesima - complessione, fattezze, occhi, granitura di denti - e alla bimba, benché bruttina, come si metteva per qualche istante con le braccia conserte sul banco, sporto il visuccio triangolare, s'allargavano fin sulle tempie due enormi occhi liquidi, in cui variavano dila- tandosi le luminelle bianche. Alla ragazza parevano sconvol- genti. Perché scoprì allora la miseria, in quei due passerini sempre avidi, che prendevano tutto, che abboccavano bra- mosamente ogni cibo, che si leccavano le labbra dopo la cucchiaiata nauseabonda dell'olio di fegato, all'inusitato sa- pore di pesce e condimento. Fu, quello in cui i ragazzi andarono a scuola, un periodo conturbato per la Colomba. Le si agitavano in capo troppi pensieri e l'angustia pel figli diventò uno spino confitto: se lo sentiva, entro il cuore, pungere. Non che la miseria fosse cresciuta, anzi si tirava a campar meglio, a Titta non mancò mai lavoro, la casa si riempì un poco, galline e pecore crebbero di numero. Ne avevano tre di pecore - allogate nel- l'orto entro un riparo di lamiera - le portava al pascolo In- nocenzo nelle ore libere e, tosandole, si potè riempire qual- che guanciale, aver poi quel poco di latte, un cacio, la ricot- tina. Ma ora, visti a scuola, confrontati con gli altri, la Co- lomba prendeva coscienza dei propri figli. Una volta, incon- trandosi col parroco - aveva in collo uno dei piccolini che non camparono - si fece così ardita da domandargli se non fosse, piuttosto, peccato chiamarli al mondo. S'ebbe un amorevole rimbrotto, esortazioni stranamente gentili per quel buonuomo così impetuoso e collerico e, il giorno dopo, un sacchetto di farina che presto terminò. Gigli del campo erano stati chiamati i suoi bambinicchi, gigli sotto un cielo inclemente, non fiorivano loro addosso quei cen- cetti variopinti. E vederli studiare anche l'appenava. Ono- rina non imparò mai a leggere, fu uno scorno. Era una bimba svanita, un frullo di bimba incapace di posarsi su qualcosa, sebbene il padre se ne incantasse a vederla scom- biccherare la carta che costa tanto. Invece Innocenzo, dopo tre anni, finì per compitare. Non che si riuscisse a tenerlo fermo allo studio: finché c'era lume di giorno, anche dopo aver ricondotto le pecore, restava irreperibile. Ma pure - d'inverno al lume della lucerna pendente allo sporto del ca- mino, d'estate sotto la lampada della strada offuscata dai moscerini - si piegava qualche volta per una mezz'ora a compitare sui pezzi volanti che rimanevano del suo libro. Di sull'uscio, la Colomba stava a sentirlo: lo vedeva lì in terra accovacciato nell'alone giallognolo - accanto Onorina a far eco svagando col capo in aria - e anche questo oscura- mente l'angustiava. Inaccessibile a loro, e maligna, pur quella cosa tanto decantata, il libro, su cui senza costrutto i piccini intristivano al poco lume. Per indomabili che fos- sero le sue ambizioni materne, erano pur consce abbastanza da soverchiarle il senso d'incongruenza d'un tale sterile sforzo. «È inutile» essa diceva a Titta certe volte «non imparano.» Egli, del tutto illetterato, che considerava con sba- lordimento persino l'agevolezza con cui i bimbi sfogliavano le pagina e impugnavano la penna, sorrideva sconcertato solo a metà. «Sa leggere, lui.» «A che gli giova?» Al tono iracondo della moglie, subito s'arrendeva. «Bè, non serve, si sa.» Ma dentro era esultante di quella cosa inutile e magni- fica di cui si stavano adornando i figli. La perfetta sempli- cità che l'aveva sempre reso pago e felice alla sola vista della sua casipola sbilenca rasoterra - la più piccola del crocchio lassù in cima, con la fettuccia grigia di fumo al cielo - era ora esaltata al pensiero dei figli, dentro, a istruirsi sulla carta che costa tanto. Ma le donne sono esseri inappagabili e su- bito ti riscuotono se t'incanti un poco. Anche Titta finì per sospettare che quello non fosse pane pei loro denti. Col trascorrere delle stagioni, i due ragazzi si disuni- rono. La femmina perse un poco per volta il gusto di vaga- bondare, stette più in casa, imparò a tirar l'ago. Innocenzo divenne un omicciolo indaffarato, rivelava in un suo modo utilitario la industriosità materna. Era lui che faceva la provvista di funghi da essiccare - i funghi mangerecci da far rinvenire l'inverno in acqua calda - lui che racimolava ca- stagne e mele cadute sotto le piante altrui e spigolava dietro i mietitori; lui che seguiva al bosco le donne, caricando il proprio fascio or su l'una or su l'altra delle bestie, e s'insi- nuava la domenica nei crocchi maschili per cavarne qualche soldo se lo mandavano a comprar tabacco e vino o l'incari- cavano di raccoglier le bocce. Cominciò col barattare sufo- letti trappole e altri giocherelli di sua fattura coi ragazzi; poi vendé, alla stagione, viole e ciclami alle signore, insalatina dei campi, erbe aromatiche, more per la conserva, persino i viticci della vitalba che a quelle gustavan lessi con olio. Quando fu più grande, e imparò la via della città, portava al mercato i narcisi di bosco - sempre lui scopriva il primo spiazzo fiorito - legati con un vimine a fasci spessi come mannelli. E non è che consumasse in queste imprese le scarpe: si faceva da sé, con cotenna di porco e spago, certi calzari a barchetta, di cui le donne s'invaghirono al punto da commetterglieli pei figli. Ma Innocenzo a questi lavori sedentari non si piegò mai, preferiva, in mancanza d'altro, spiar le galline vagabonde che andassero a scodellar l'ovo nelle siepi. Insomma, seppe lucrare di tutto - anche dei maggiolini, che piace ai ragazzi, legatogli il filo a una zam- petta, roteare in aria - purché non si trattasse di star quieto o al chiuso. Onorina invece sapeva solo cogliere un pappo e soffiarvi su o inghingherarsi di cerisuole, anche adesso che s'era fatta quasi ragazza: uno sterpolo di ragazza senza ger- moglio di seno. Mentre Innocenzo, tondo e sodo come un rametto di ciliegio, conservava la bramosia di cibo dell'in- fanzia - gli piaceva, prima che venderlo, succhiar dai forel- lini un bell'ovo fresco - Onorina cominciò a rifiutare il cibo. Si ridusse, un inverno, così magra che la Colomba se ne impensierì. Ormai ricusava anche di uscire, fu capace di star indefinitamente sui gradini dell'uscio - fissa al gambo di ferro della luce di strada incurvato come lo stelo di una viola - o alla finestrella, col gomito contro il vasetto di creta in cui la pianta di garofano non si ridestò. È il tempo suo - pensò la madre - sta preparandosi. Ma quel frutticino fem- minile, appena caluginoso, non sanguinò: umore non ne aveva, si vede. Invece, quando cominciarono a passare di- nanzi alla finestra le farfalle bianche e il sambuco sprigionò gemmule dalla scorza grumosa e terriccio e immondizia si ricoprirono d'una peluria verde, Onorina aveva sull'imbru- nire la febbretta. Prima ancora di guardar la ragazza, il dot- tore apostrofò la madre. «O tu, che hai?» Aveva chiazze nere per la pelle ed era di nuovo incinta. «Il cuore» disse il medico. Si volse a Titta che stava lì a braccia pendenti, alli- bito. «Sarebbe ora di smetterla, eh galantuomo!» Gli ci volle a capire. Com'ebbe poi compreso che smetterla si rife- riva ai figli, Titta se ne conturbò al punto che gli veniva da piangere nella sua confusione: aveva creduto di far bene così, d'essere nel giusto (se pure vi sia da pensarci su a ciò che Dio comanda), tentò di esprimerlo. Ma già il medico faceva spogliare la ragazza, scoprì il suo scheletrino, per- corse con le dita la tastiera nuda delle costole, palpò pic- chiò: sonava a voto come una canna. Durante il periodo che la figlia fu ricoverata, Titta si stranì, qualche volta beveva. La Colomba cominciò a man- dargli dietro Innocenzo, anche perché si avviasse al lavoro, essa guardava lontano. Infatti presto fu benvoluto, gli assi- stenti e l'ingegnere, oltre a incaricarlo di comprar le siga- rette, guardare la macchina, si divertivano a stuzzicarlo, a frugare le cianfrusaglie e le bestiole che portava sempre ad- dosso. Una volta tutti gli uomini lasciarono il lavoro per ra- dunarsi dinanzi a una casipola mezzo diroccata, ove, dai buchi dei muri, Innocenzo traeva ragni al suono s'uno stelo cavo di frumento. L'ingegnere buttò la sigaretta per soffiare anche lui in un buco e rideva come matto all'apparizione fulminea del ragno, ingannato da quel frinire vibrante come il dibattersi della mosca nella tela. Uno per volta gli uomini s'accostarono e Innocenzo distribuiva le cannucce e quelli sufolavano nei buchi. Taluno provò a rinfilare il ragno, che restava appeso al fuscello, nella tana d'un altro, e si smascel- larono a veder l'intruso rimbalzare come una palla. Passò il parroco e, dopo essersi stupito allo spettacolo, finì per pro- vare anche lui. Gli venne fuori un ragno così inviperito che, attaccatosi all'orificio della cannuccia, vi si divincolava in frenesia di preda, ciò che fornì agli uomini pretesto di celia. Solo Titta era restato indietro, guardava tutta quella gente grossa dimentica in un gioco da ragazzi, quasi sgomento, e poi, come si staccarono dal muro con la cannuccia fra le labbra e battevano sulla spalla d'Innocenzo, rise stolida- mente. Non pareva, un tal granello di pepe nero, figlio di quel tardone d'uomo: lo dicevano tutti. Ed era commovente vedere come si prendeva cura del padre quando aveva alzato il gomito, come se lo portasse appoggiato alla spalla o addirittura per mano: gli parlava come a un orso ammaestrato, traendoselo appresso e sbandando con lui. Quell'inverno i lavori furono presto interrotti dalla gran neve, un finimondo di neve che rintanò gli uomini e stanò i lupi. Lassù in cima al paese la notte s'avvicinavano all'abi- tato, se ne trovavano le peste al mattino fin sotto gli usci, e se ne udivano gli ululati, talora sommessi abbaianti, talora profondi lunghi, arrovellati di fame. Nelle cucine la gente si riuniva per stare in compagnia, ma a casa della Colomba, appena buio, già erano sotto le coltri per risparmiare lume e fuoco. Lo scricchiolìo del fogliame di granturco al letto grande s'avvicendava da un lato all'altro senza tregua: a Titta mancava la fatica, alla Colomba il fiato. Grossa come un otre di quella gravidanza travagliata che le si gelava nel ventre, col cuore in subbuglio, non poteva star giù, passava le ore seduta a mezzo, tutta madida e intirizzita entro le vi- scere, presa da palpitazioni ogni volta che le pecore, allar- mate di qualcosa fuori, foravano il buio col verde fosforico degli occhi. All'improvviso, nel cuor della notte, lui le affer- rava una mano. «A chi l'hai lasciata?» Di nuovo bisognava raccontargli, rifare la storia, assicurarlo. «Una monachella giovane giovane.» Essa stessa si sentiva racconsolata e fi- dente di quell'estrema giovinezza, le si ripresentava il visino gentile annidato in fondo alla gran cuffia, un viso di ra- gazza, pietoso. E Onorina, tenuta per mano da quella ra- gazza, infine s'allontanava da tutt'e due nel buio clemente del sonno. Stavolta le comari raccolsero un morticino. «Ha voluto dare meno scomodo» disse Anna Dimonte, dopo aver inu- tilmente maneggiato il corpicciolo nerastro che restava inerte. Lo portava già morto dentro, perciò quel gelo nelle viscere. Guardarono tutte alla Colomba, anch'essa maculata di chiazze nere, che schiuse due occhi ottenebrati. Lì den- tro era tutto un mortorio, mancava uno sterpo da bruciare al camino, s'erano mangiati in quell'inverno anche i polli e le pecore. Vederla ridotta così, questa donnina solerte, rab- buia l'anima: eccola che pare ormai un tizzoncino spento, non ha più un luccicore né all'occhio né in bocca, la grani- tura fina dei denti se n'è andata di già. Entrò il figlio con un mazzo di uccelli presi lì fuori alle trappole e aveva lui, ora, il sorriso smagliante di sua madre. Questi uccelli morti buttati sul tavolo accanto all'involto del cadaverino - sebbene non sia carne battezzata - turbano la giovane dei Pratesi che, toltili, si mette a spennarli in un angolo. Quando arrivò fi- nalmente il dottore - veniva sul mulo da un cascinale della montagna, inzaccherato fino al collo - mise fuori quel pul- cinaio di donne e mandò a chiamare il prete. Rivederla, l'estate, alla fontana, fu un rallegramento per tutte. «Noi poveri s'ha sette spiriti» dicevano con la frase del dottore. E si congratulavano inoltre che Innocenzo avesse già trovato lavoro col padre, così ragazzo, che Ono- rina stesse per tornare. La Colomba s'era fatta più socie- vole, prendeva gusto al cicalìo, subito traeva dal seno la let- tera. «Dice che la rimandano, è guarita.» Le donne si passa- vano il foglietto di mano in mano, vi ponevano su l'occhio incuriosito, ma anche quelle che avevano avuto un po' d'i- struzione, a stento decifravano qualche parola. «È guarita, sta qui detto.» La scrittura della monachina gentile era pic- cola serrata, a punte e svolazzi. «Gu-a-r-rrri-ta.» La Co- lomba si beveva le parole. «Potrà presto tornare a casa» leggeva essa stessa, puntando il dito a vanvera, sapendo già tutto a memoria per essersi fatto leggere quel foglio dal parroco, dalla maestra, dalla sorella del dottore, infinite volte. (Innocenzo sa solo interpretare la stampa.) Ma non rivelò alle donne le parole misteriose che l'angustiavano: un piccolo inconveniente. Così dice la suoretta, che le è capi- tato un piccolo inconveniente; ma non spiega di che si tratti, neppure il medico, qui, lo ha capito, non si sa che si- gnifichi questo "inconveniente". Essa vedeva la parola gran- deggiare minacciosa anche di notte, al buio. Una malattia non è, che mai può essere, quale nuova diavoleria? Titta, lui, si mette il fiore all'orecchio, la domenica, e va verso la stazione, caso mai tornasse all'improvviso. Invece la trovò un sabato. Scendendo i gradini dell'uscio, gli parve ricono- scere la voce di sua figlia. Era seduta su uno sgabello, ai passi si volse. Cosi di sbieco, al poco lume, un occhio chiuso e l'altro semiaperto, pareva e non pareva. Ma poi, come rise a suo padre, e le si torse la bocca, tutta la faccia, verso un orecchio, non era più, non era Onorina nient'affatto. Toltosi di tasca l'involto di carabattole che teneva in serbo da un mese per la figlia, Titta lo posò sullo sporto del camino e si mise a ridacchiare come fra sé, con un curioso chioccolìo entro lo stomaco, mentre essa continuava a guardarlo con un occhio chiuso e l'altro coperto a metà da una palpebra greve. Quando la madre la portò a servizio in città, ebbe fine quella storia dei ragazzi e le donne si rimisero in pace. Ve n'erano state di baruffe, per la faccenda del soprannome: Facciatorta la chiamavano, e non c'era rimedio, si poteva forse imbavagliarli? Ala che vipera quella Colomba, che dia- vola di Monachicchia, nessuno avrebbe creduto potesse tirar fuori una lingua consimile, menar financo le mani, pi- gliarsela cosi calda da buttar sassi alla cieca nel mucchio dei ragazzi, tanto che uno ne aveva ancora il segno in testa. Ora, eccole, madre e figlia, laggiù sullo stradone, con la sac- chetta degli stracci ad armacollo. Bene, l'ha situata, la Ma- donna le accompagni e le faccia incontrare con un carretto che se le prenda su. Ma non incontrarono il carretto, giun- sero a piedi in città. Aprì la signora in persona e le fece en- trare nel salotto. Già v'era stata più d'una volta, la Co- lomba, ma dell'inconveniente non s'era parlato. «È questa la ragazza?» La ragazza ride torcendo il muso. «Questa, sis- signora.» La vecchia mette su l'occhialino a cavallo del naso, osserva quella faccia stravolta. «Cos'ha?» Della malat- tia era al corrente, aveva visto i certificati e tutto. Che cosa avesse poi avuto sua figlia, la Colomba non saprebbe proprio dire. A interrogarla, raccontava sempre la stessa storia: che la mattina si alza, le compagne di camerata la guardano e si mettono a ridere, lei ride e quelle più forte ancora, cre- dono faccia per burla, finché viene suor Gabriella e le sgrida. La vecchietta tentennava il capo per tremito senile, tolse l'occhialino, sedé. Ma sì, certo, poca fatica, un po' di pulizia alla meglio, qualche straccetto da lavare, quel che può servire a una povera vecchia abbandonata dai figli. Sibi- lante sospiro. Rimette su l'occhialino, dietro cui scola una lacrima, osserva ancora, ispeziona, soppesa: ma la prende, sì che la prende, per quel che costa. La Colomba confermò che danaro non ne pretenderebbe, purché mangi. Mangerà, si, mangerà tutto lei, la padrona spelluzzica, alla padrona basta quanto a un uccello. In quell'epoca la Colomba aveva già scoperto il Go- verno. Non che sapesse con precisione che sia, questo Go- verno, ma certo se ne può cavare qualcosa: una specie di Pa- dreterno in terra, più in obbligo di quello celeste a soccor- rerti, perché è tutto qui ciò che può dare, a questo mondo. (E inoltre sai meglio come regolarti per non peccargli con- tro, ingraziartelo.) Il ricovero della figlia era stato a spese del Governo, dottore e medicine pagava sempre il Go- verno, mandava quattrini per ogni figlio - anche se poi muore - e scarpe ai vivi, sussidi, tutto quanto puoi spre- merne se hai tempo da picchiare alle sue porte. Tempo ne ebbe, la Colomba, e imparò a picchiare a una infinità di porte: restava per ore in attesa entro belle sale, penetrava in uffici lussuosamente parati, saliva e scendeva scale di marmo, aveva imparato a presentarsi a signori e signore che l'accoglievano bene come lei diceva: «Una madre di quat- tordici figli». Il numero faceva impressionare, che poi fos- sero vivi o morti contava meno, si persuase che essi doves- sero per forza aiutarla, essendo servi di quel Governo - vuol figli, molti figli - il quale c'è ma non si vede come il Si- gnore Iddio. «Eh! eh!» dicevano le donne al paese «non è mica da fi- darsi. Quando il diavolo t'accarezza vuole l'anima. Questo Governo così benefattore, oggi o domani scatena una guerra e ti si prende i figli. Ecco come farà.» Ma lei, i figli, non glieli avrebbe dati, li sotterrava uno dopo l'altro, e l'unico nessuno può prenderselo, s'era infor- mata. Essa per quell'unico voleva munger la vacca grassa del Governo, ora che l'aveva scoperta. Ormai, stando fuori anche Innocenzo, la Colomba era sempre in città - aveva imparato ad andarvi col treno, valendone la spesa - e al paese perfino i signori del municipio stupivano, al giungere dei mandati, per l'abilità di quella donnetta. «Però, ci sa fare» sussurravano tra loro le comari «ci sa fare, la Mona- chicchia.» Con la pezzuola nera al capo, pareva proprio una monaca in giro, una monaca questuante. La miseria, ben s'intende, restò sempre tale, ora che Titta s'era così lasciato andare, ma almeno lei, acciaccata com'è, può risparmiarsi le fatiche pesanti. E inoltre va a trovare la figlia. Ci andava dalla signora, di tanto in tanto. «È infingarda, una ragazza infingarda» era l'accoglienza. Chiamata, Ono- rina usciva dalla cucina strascicando i piedi in un paio di scarpe vecchie della padrona, rideva storto alla madre, si scansava dalla faccia i cernecchi con le mani gonfie di ge- loni. Senza dir nulla, cavandole dal seno, la Colomba posava due ova calde sul tavolo. Una volta che la trovò sola, seppe che non le beveva la figlia e non le portò più. «Ti fa lavo- rare assai?» Onorina disse di sì: lavare i pavimenti, e i panni, tanti panni, la signora si smerda, ha male alle viscere. Le fece bere subito quelle due ova che aveva in seno, ma al secondo, piena la gola di albume colloso, vomitò. S'era ri- fatta come uno sterpolo, deperita, e tossiva. Più tardi, in un ufficio della prefettura, stando dinanzi a un signore polput0 dal colore acceso, che pareva viola come un fico al riflesso azzurro del parato, la Colomba parlava con l'ansima e in- tanto vedeva, dietro a colui, or la figlia ora Titta, fare capolino dietro la voluminosa schiena con un colore in faccia di patata lessa. «Che avete, eh?, che avete?» quello disse a un tratto. La fece sedere, guardava all'uscio come in aiuto. Ma fu solo una vertigine - da tempo ne soffriva - si rimise su- bito. «Tranquilla, su su, lo faremo ricoverare, la mia donna.» E intanto, a braccia larghe, l'avviava all'uscio come si abbocca una gallina fuor del proprio orto. Fatto sta che quella colonna di Titta era crollato. Al canto del fuoco, ciondolava da mesi come un cero ammol- lito, ora comincia a sbavare. Bisognava stargli sempre di guardia, imboccarlo come un bambino, metterlo al letto, rialzarlo. Non che desse in smanie - pericoloso non è - ma essa non ha più forze bastanti, e il guadagno d'Innocenzo sfuma. Appena fu tutto sistemato, si potè portarlo via. Due uomini lo ressero alle ascelle per il rotolìo del pietrisco lungo la viuzza della discesa - egli metteva i piedi come un bambino ai primi passi - fin giù alla strada, alla macchina del dottore che lo condusse in città al manicomio. Come passarono innanzi alla chiesa, si sciolse da coloro che lo portavano, si renne ritto da solo vacillando e annaspò con le mani aggranchite. Ma anziché segnarsi - come immaginava la moglie - Titta inarcò un braccio sul fianco e vi rivolgeva teneramente l'occhio torbido. Nessuno capisce che crede di avere a quel braccio Onorina giovinetta, agghindata di bianco, con gli occhioni di velluto nero sgranati, e condurla in chiesa tra gli sguardi persi dei giovanotti lì sul sagrato. Tutti quegli anni di guerra che vennero appresso scivo- larono via come chicchi dalla mano quando si semina, per la Colomba; vale a dire che la vita, come dimentica di lei, aveva cessato di accanirlesi e preso quel corso quasi inavver- tito del tempo senza sciagure grosse. Sciagure grosse fiocca- vano invece sul mondo intero, ma la Colomba, avendone già avuto la sua buona parte, ora stava a guardare cheta, come rassicurata nel suo angolo. Innocenzo il Governo non poté prenderselo (questo discorso era l'unico che ricavasse un sorriso dalla sua faccia inciprignita) e ora, essendo in due, due bocche sole, si tornava come ai primi anni della fa- miglia, una paga basta a tirar la vita. Il figlio era buono, di quelli che rimettono in casa fin l'ultima lira del guadagno, non fumano, non bevono, non vanno appresso a donne. Sì che pareva ancora un ragazzo, senza pelo di barba alle guance lisce, solo una calugine bruna al labbro gentile come la madre, con la stessa granitura femminea di denti bianchi; ma le giovani lo guardavano, alle fatticce campagnole piace il maschio fino. Egli pareva non avvedersene, non pensava ad amoreggiare, tanto meno ad accasarsi. Non senza una punta di veleno, le comari dissero ch'era di giudizio, final- mente, e certo non faceva altro che il suo dovere, visto ch'era stata sgombrata la casa per fargli largo. Che la Monachicchia si fosse disfatta così della figlia e del marito, era considerato sacrilegio addirittura, mai s'era usato in paese disfarsi degli infermi e degli invalidi, la casa deve custodirli finché Dio gli dà respiro. Di nuovo si tor- nava a guardare con perplessità e astio a quella forestiera, giudicandola, ora, di cuor crudo. Mai rammemorava i figli morti, né quella infelice messa per serva, né il poveruomo stroncato dalla fatica. E neppure pareva commuoversi della strage che infieriva sul mondo, cui erano trascinati tutti quei figli di mamma. A lei, che ha tanto smunto il Governo, non glielo toccano, il figlio, e anzi adesso lavora di più e guadagna meglio, non c'è concorrenza. Pare le vada fin troppo bene, s'è fatta forastica di superbia. La guardavano storto, come passava con Innocenzo al fianco - piccolino, minuto, ma ritto e ben fatto: un fusello - lei rattrappita, il viso di castagna secca entro la pezzuola nera e gli occhi bassi da monaca, monaca questuante, eh! eh! Ma aveva fatto una faccia dura: mancandole tutti i denti di sopra, il mento sporgeva e il labbro inferiore sopravanzava l'altro in una mossa bisbetica. Se le vicine s'arrischiavano una volta tanto a vuotar l'orinale nel suo fosso, levava stridi alle stelle, e lanciava pietre ai ragazzi che s'attentassero a scendervi. Così furono ben liete, le comari, quando poterono farle ri- sapere che Innocenzo guardava quella gatta rossa della tes- sitrice, la più brutta e povera ragazza della contrada: un'or- fana senza tetto, che andava per le case a tessere i corredi altrui, e di suo non aveva che una bisaccia da cavallaro, in- tessuta a rame e uccelli, con quattro stracci dentro. La Co- lomba si mostrò indifferente a tutto, e questo non dar sod- disfazione, che è considerato dalle donne la peggiore offesa, finì di alienarle gli animi. In quel tempo la contrada era già brulicante di soldati stranieri e di ordigni guerreschi, passavano di continuo gli aeroplani, cadde qualche bomba anche lì attorno, e si sa- peva che la battaglia stava avvicinandosi. Eppure, che qual- cosa di umano potesse colpire il pezzetto di spazio occupato dalla sua casipola, in realtà pareva alla Colomba inverosi- mile. E nemmeno essa aveva da perdere nulla, se ne stava tranquilla mentre gli altri muravano e sotterravano le loro robe: gli ori, i panni, persino masserizie e grano. L'unico privilegio del povero in canna è che nulla al mondo può ar- recargli danno o toglier di più, è in potere solo di Dio ag- giungergli offesa, accrescere i suoi mali: una sorta d'intangi- bilità lo fa sicuro quando il mondo trema per suoi beni e la condizione mortale anzitempo minacciata. Conscia della in- finita pochezza della propria persona - ciò rende inermi e riparati come essere erbicciole entro il frumento che la falce recide alto a fasci - la Colomba continuò a recarsi in città, a piedi o sugli automezzi stranieri, se la prendevano, anche quando la gente non transitava più. L'ultima volta le fu necessario andare per il ricovero di Onorina, nuovamente ammalatasi. Poiché i treni non viag- giavano, la presero all'ospedale in città. Le fu assegnato un letto accanto alla finestra e la suora parve, sebbene brusca, impietosita, gliela tolse con fermezza per farla subito cori- care. In quell'occasione, essendosi congedata dalla figlia come per sempre - ormai la guerra avrebbe diviso strada da strada, casa da casa - andò a trovare anche Titta. C'era in giro quell'aria di finimondo che dà a ogni atto un senso de- finitivo irrevocabile, l'impressione d'un pericolo generale, d'una catastrofe collettiva che sommerga tutto. Ululavano le sirene, la gente scappava urlando, si udivano boati esplo- sioni schianti: solo la donnetta paesana continuava ad an- dare raso i muri e guardava in su, come il rombo era in mezzo al cielo, segnandosi in croce per tutti. Il poveruomo non la riconobbe, succhiò l'uovo che essa gli tenne alla bocca, sbrodolandosi, e poi ripiegò il capo sul petto. Aveva i capelli sulla nuca irti, appariva inselvatichito, con quell'ab- bandono muto dell'animale ammalato che la gente di cam- pagna riconosce subito. Stettero, per tutto il tempo della vi- sita, seduti vicini su una panca. Lei, con le mani sotto il grembiule, guardava il piede polveroso del tavolo tondo e uno stuoino sfrangiato cosparso di orme. Sussurrava di tanto in tanto, dolcemente, senza guardarlo: «Eh! Tì, eh!» Quando le sirene emisero il cessato allarme, l'infermiere la fece uscire. Alla stazione del paese, di cui restavano muri anneriti, sentendosi stanca morta, sedé su un paracarro; ma la Fala- lana la chiamò e la fece entrare. Anche la loro casa aveva ri- sentito del bombardamento, tutti i vetri in frantumi, un an- golo del tetto smantellato. «Eh, che tempi, in che tempi c'era toccato vivere!» gemeva la Falalana. (Ma la Colomba crede che tutti i tempi siano uguali sopra la terra, solo che una volta non si sommoveva così tutt'assieme.) Le era morto un figlio, due stavano oltremare: Dio fulmini chi ha scatenato una guerra consimile, che mai se ne vide la pari. «E il tuo, ce l'hai sempre con te?» Sì, ce l'aveva, Dio non colma mai la misura, ciò che Lui riempie non trabocca, la colpa è degli uomini. (Essa dà ragione a Dio anche ne' pro- prii più secreti pensieri, le ha lasciato Innocenzo, e non è a dire che abbia bisogno di guerre per togliere dal mondo.) Ma la Falalana, col furore dei ricchi impoveriti e dei felici orbati, anche con Dio se la prendeva. Mentre quella stava così a querelarsi con parole vane, entrò una ragazza, e la Colomba, riconosciutala, apprese come la tessitora stesse lì a chiudere una pezza di lino al telaio per poi riporlo in un nascondiglio e sotterrare la roba: ché, si sa, chi ha non vuol perdere. La ragazza era alta e voluminosa, un po' molle di seno e di anche al modo delle donne la cui carne pare pasta di latte, con gli occhi bianchi - si dice così, in campagna, di chi li ha chiari - il ciuffo cresputo simile a una coda di pan- nocchia e la faccia come cosparsa di crusca, che avvampa fa- cilmente. S'imporporò, infatti, ravvisando la visitatrice lì se- duta. Nel parlare, apriva molto la bocca larga, rosea dentro e tenera. Subito se ne andò a tessere, s'udiva ancora dalla strada uno sbattere e schioccare alacre. Ora Innocenzo stava a casa, ogni lavoro essendo inter- rotto si mangiavano i pochi risparmi del tempo buono. Mai s'unì agli uomini che giocavano, né prese alcun altro vizio, e neppure si mostrava irritabile o furibondo come gli altri che parevano diavoli rinchiusi. Qualcuno fu preso e portato via, altri si dettero alla montagna: ma lì da loro, in quella tana di casa, non entrò mai nessuno; né a Innocenzo passava pel capo di ribellarsi, se mai l'avessero chiamato a far qualcosa che non fosse la guerra. (Lo chiamarono infatti, a spalar neve, ma senza dargli mercede.) Nel canto del fuoco, in- trecciava fiscelle di giunchi, ricavava cucchiai forchettoni mestoli, da pezzi di legno duro che aveva racimolato. A Na- tale si fece il Presepe con certi suoi pupazzi, che il prete co- lorì, e tutti lo lodarono. (Anche i tedeschi entravano a ve- dere, stando in chiesa impalati, prosternandosi fino a terra, con una reverenza che impressionò le donne: la loro nequi- zia aveva occhi così celesti da sembrare una invenzione.) Quando fu terminato l'ultimo soldo - e del resto non c'era piú nulla da comprare - arrostita l'ultima manciata di gran- turco, la madre uscì e gli trovò lavoro alle macchine. Erano - poste sotto una tettoia - molto fragorose, trinciavano carne, la impacchettavano e sigillavano con rapidità diabo- lica, non pareva neanche che occorresse opera d'uomo lì at- torno. Ne occorreva, invece, per macellare il bestiame, scuoiarlo e ridurlo in pezzi: Innocenze diede prova di grande abilità nella scuoiatura e i tedeschi lo pagarono bene. Inoltre riportava a casa cartate d'interiora, zampe, ossa da brodo, talvolta parti anche migliori. Mai nella loro vita avevano mangiato carne all'infuori delle feste grandi, e quella divenne un'abbondanza da dare il rigurgito, non tro- vandosi neppur sempre pane da accompagnarvi e, in ultimo, neanche sale da correggere il gusto sanguinolento della ma- cellazione fresca. Invece i padroni del bestiame requisito, in quel tempo, si trattarono di magro: gente che aveva posse- duto mandrie e greggi, e non gli bastavano al consumo giornaliero due maiali per anno, dové ricorrere alla Co- lomba per qualche osso da farne brodo a un ammalato. Poi un giorno i tedeschi smontarono tutto, caricarono e portarono via. Pare che la guerra s'avvicinasse davvero que- sta volta, sarebbe passata addosso a loro come un erpice, altri stranieri sarebbero venuti e, si diceva, forse la pace. La Colomba non tentò mai di capirci, essa si sottometteva agli avvenimenti senza scrutare nel domani: sapeva, pur igno- rando che fosse stato già detto, come a ogni giorno basti la propria pena. (Andare in città non si può, dunque nemmeno si deve pensare a Titta e alla ragazza, essi sono nelle mani di Dio al pari di noi tutti.) Quando la campagna si mise a sob- balzare sotto le esplosioni e l'aria crepitava come se il cielo andasse in frantumi, la gente serrò gli usci e si asserragliò nelle case. E allora capitò l'unica occasione che qualcuno bussasse a quell'usciolo quasi sotterra. Era sull'imbrunire, aprì la Colomba e si trovò innanzi un tedesco: doveva essere l'ultimo della ritirata, uno sperduto in procinto di affron- tare da solo il valico della montagna. Del resto, un pelle- grino coi piedi rotti. Lo fece entrare, sedere, mise fuoco sotto il caldaio. Quello stava come sugli spini, polveroso fino ai capelli biondi scarmigliati, aveva due solchi verdo- gnoli ai lati del naso, un'aria di spossatezza, ma irta, inselva- tichita. Anche mentre teneva i piedi sanguinolenti nel bagno tiepido, Innocenzo continuò a intrecciare i suoi giunchi e portò a termine la fiscella senza mai guardare. Il tedesco si rassicurava, trasse un respiro profondo, scaricò in terra lo zaino che ancora teneva in spalla. Non poterono dargli da mangiare, solo acqua e misericordia. Ma, com'ebbe tratto dal bacile i piedi simili a melanzane, e asciugandoli con uno straccio di canapa continuavano a san- guinare, la Colomba scoprì il letto e lacerò un lembo di len- zuolo perché si fasciasse. Guardatala con occhi bianchi, quello depose in terra anche la pistola. Al momento di an- darsene, trasse un pacco dallo zaino, lo porse alla donna e, pronunziate alcune parole inintelligibili, uscì zoppicando nel buio per arrampicarsi con quei piedi rotti fra il pietrame ruinante della montagna. «Che ha detto?» domandò la Co- lomba al figlio. Ma lui non sapeva, non capiva altro di quella lingua che gli ordini avuti sul lavoro. Scartato l'in- volto, apparvero due lenzuola di un lino candido e sottile come paramenti di chiesa, tutto fiorito di ricami. «Sono da sposa» disse animandosi Innocenzo, con una riposta inten- zione. Ma essa neppure gli badò; rapita, esaltata, a un tratto vedeva il miracolo, proprio come raccontavano le monache: che uno fa la carità e l'angelo subito porta il premio, né si sa mai sotto quali panni un angelo possa apparirti. Sebbene, sì, da pellegrino, dicono sempre le storie. In fine di sua vita, la Colomba avrà ancora al suo letto quelle lenzuola fra cui una volta è già morta per metà. Av- venne poco dopo l'arrivo degli altri stranieri, e non che ac- cadesse di peggio, anzi: Innocenzo anche presso quelli trovò da lavorare, ché i servizi umili occorrono a tutti. Ma seppe allora che Onorina se n'era andata. O fu, come si vociferò in paese, a causa di tutto quel carname ingerito: a non esserci avvezzi, tale cibo robusto produce troppo sangue e il sangue a un tratto va a inondare il cervello. La notte che il figlio invocò soccorso per il vicinato, le donne la trovarono fra quelle lenzuola e, più che per la sciagura, sbigottirono di tanta sospetta ricchezza. Essa, fra tutti quei ricami a ghiri- goro e le onde candide accavallantisi d'un profluvio di lini spazzanti in terra attorno ai bassi cavalletti, stava con la testa sprofondata, aperti gli occhi ma senza sguardo, né si risentiva a toccarla per braccia e spalle che aveva come morte, tranne le dita della mano sinistra annaspanti. «Si spoglia» dissero le donne. «Già si spoglia.» E intendevano che morisse, poiché l'uomo, in ultimo, fa sempre atto con le mani di mondarsi dei nostri stracci, ché dovrà presentarsi ignudo fra poco. Invece, come il dottore giunse a pungerla all'altezza del cuore, ne ricavò un gemito. E così continuò a gemere, desta o dormiente, per l'intero corso del male: fu un gemito ininterrotto, dal profondo, come esalasse tutt'in una volta la pena del vivere. Le donne, vistala inerte a metà, non potevano saperne nulla, ma il fatto si è che davvero, pur così paralizzata, incapace di articolare (restò poi sempre con un intoppo alla lingua), ignara del presente era, ma non, ahimé!, immemore. Era stato così, in principio: si sveglia e s'accorge d'essere sepolta, non profondo, sibbene a fior di terra, sepolta nel- l'immondizia del fosso - una cosa tiepida arida soffocante - fino a metà corpo: vuol cavarne le mani e una n'esce, solo però le dita. (Certe volte, alla morte dei bambini, pensava che tutti loro erano caduti nella vita come in un fosso.) Poi, attraverso secoli di lenti sforzi, riuscì a cavarsene quasi completamente; ma sempre, finché stette coricata, era come se le rimanesse addosso una quantità di terriccio, che tal- volta si copriva d'una pelurie d'erbicciola ovattando i suoni, continuando a tenerla separata dal mondo. (E un alidore ra- spante nella gola, lo sanno i morti che mangiano terra.) Era lì, dentro la propria casa, ma lo ignorava: anziché l'odor del sambuco, giunge alle nari un aroma di cedrina, quell'aria di convento della fanciullezza. Una volta fu appesa entro il quadro del parlatorio, con quelle sette spade, o forse più, infitte nel cuore: vi restò appesa per una eternità, aspet- tando che la conversa giungesse con i gerani. Intanto ombre, fiati di bambini, vagolano attorno: come increati, eppure ciascuno col proprio nome e fattezze e pianto: pianti diversi, un coro di pianti in distinte modulazioni; e non si sa chi siano né di chi, ma il giorno che nacquero e quello che morirono formano una serie di giorni di cui si vede il colore di tempo vivo, ancora. Se scorge presentarsi un bicchier d'acqua, la Colomba non riesce a rammentare che sia, né a indovinare che cosa farne, e non saprebbe davvero come chiamarlo, le sfuggono completamente i nomi delle cose e delle persone. Ma, per entro quella fulgida chiarità, essa vede distintamente, e lo nomina, un carro verniciato di ce- leste, con le stanghe all'aria che portano su Onorina altale- nante, la vesticciola sollevata sulle gambine da passera. Rientrare nella vita, m ricordarsi di Onorina: non quella svolante alle stanghe del carro, bensì Onorina fatta grande senza crescere, mai imbellita, Onorina con la faccia storta, perduto lo splendore degli occhi, Onorina gonfia di geloni e sussultante di tosse; ed ecco, morta, morta sola sotto quel finestrone - e forse ha chiamato mamma - con un grumetto di sangue in bocca come gli agnelli pasquali. Poteva già muovere le braccia e, incespicando nel parlare, ricordarsi i nomi d'ogni cosa. Il giorno che posò per la prima volta in terra le gambe, ricompose nell'oblio i suoi effimeri fiorellini con un cauto ravvedimento della memoria. Riprese a occu- parsi del cibo d'Innocenzo, andando per casa coi movimenti d'una serpicina spezzata; e poco udiva, le era rimasto del terriccio nelle orecchie, ronzavano fin dentro il cervello; ma era tutto in una nebbia, anche gli occhi un poco ottenebrati. Ora il figlio lavorava di nuovo come bracciante, giù alla sta- zione, a rifare la strada ferrata sconvolta dalla guerra, già una volta fatta da suo padre. Al sabato, dopo aver mangiato, tiratasi in mezzo ai ricci fitti una scriminatura gocciolante acqua, se ne usciva di casa. E una volta che c'è la luna, vede apparire la siepe come fiorita. La ragazza aspetta là, in quell'ombra sotto l'albero: a Innocenzo improvvisamente il cuore sussulta. Gli piaceva il bianco molle di giuncata di quella carne, la forma ampia complessa, il biondo arso del capo e quei denti come con- fetti che mettono voglia di leccarli. Forse, pensa stasera, mamma si adatterebbe a dormire nel letto piccolo. Di sulla siepe si toccano la punta delle dita, poi egli la trae in luce: e com’è grande sotto la luna. Vederla nuda, un mare di latte, e lui ad affogarvisi. Anche alla ragazza piace questo giovi- nottino dalle fattezze minute, i suoi occhi morelli, la bocca granita come di pinoli e l'impeto della piccola persona. Si sposta docile, ed ecco che Innocenzo esaltandosi vede un polverìo d'oro nei suoi capelli, argento negli occhi, tutt'un chiarore, una luna essa stessa. Ma pone le mani sull'appari- zione e raggiunge la carne calda palpitante. «No no» geme la ragazza. (Essa è qui al cascinale a tessere una coperta da sposa, guai se la scoprono; e ancora si ricorda che non si può finché c'è la vecchia, lui gliel'ha detto.) Come si di- mena e inarca per svincolarsi, Innocenzo riesce ad abboc- carla, scontrandosi coi denti di confetto che tinniscono: ma subito è una cosa morbida dolce profonda. Dopo, egli balzò dall'altra parte della siepe.
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