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Io non ho paura

Autore: Ammanniti, Niccolò - Editore: Einaudi - Anno: 2001 - Categoria: letteratura

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Da Io non ho paura

- A chi tocca fare la penitenza? - ho domandato al Teschio. - A me o a lei? Si è preso tutto il tempo per rispondere, poi ha indicato Barbara. - Hai visto? Hai visto? - Ho amato il Teschio. Barbara ha cominciato a dare calci nella polvere. - Non è giusto! Non è giusto! Sempre a me! Perché sempre a me? Non lo sapevo. Ma sapevo che c'è sempre uno che si becca tutta la sfortuna. In quei giorni era Barbara Mura, la cicciona, era lei l'agnello che toglie i peccati. Mi dispiaceva, ma ero felice di non essere io al posto suo. Barbara si aggirava tra noi come un rinoceronte. - Facciamo la votazione, allora! Non può decidere tutto lui. A distanza di ventidue anni non ho ancora capito come faceva a sopportarci. Doveva essere per la paura di rimanere da sola. - Va bene. Facciamo la votazione, - ha concesso il Teschio. - Io dico che tocca a te. - Pure io, - ho detto. - Pure io, - ha ripetuto a pappagallo Maria. Abbiamo guardato Salvatore. Nessuno poteva astenersi, quando c'era la votazione. Era la regola. - Pure io, - ha fatto Salvatore, quasi sussurrando. - Visto? Cinque contro uno. Hai perso. Tocca a te, - ha concluso il Teschio. Barbara ha stretto le labbra e i pugni, ho visto che deglutiva una specie di palla da tennis. Ha abbassato la testa, ma non ha pianto. L'ho rispettata. - Che... devo fare? - ha balbettato. Il Teschio si è massaggiato la gola. La sua mente bastarda si è messa al lavoro. Ha tentennato un istante. - Ce la devi ..., far vedere ... Ce la devi far vedere a tutti. Barbara ha barcollato. - Cosa vi devo far vedere? - L'altra volta ci hai fatto vedere le tette -. E rivolgendosi a noi. - Questa volta ci fa vedere la fessa. La fessa pelosa. Ti abbassi le mutande e ce la fai vedere -. Si è messo a sghignazzare aspettandosi che anche noi avremmo fatto lo stesso, ma non è stato cosi. Siamo rimasti gelati, come se un vento del Polo Nord si fosse improvvisamente infilato nella valle. Era una penitenza esagerata. Nessuno di noi aveva voglia di vedere la fessa di Barbara. Era una penitenza pure per noi. Lo stomaco mi si è stretto. Desideravo essere lontano. C'era qualcosa di sporco, di ... Non lo so. Di brutto, ecco. E mi dava fastidio che ci fosse mia sorella lì. - Te lo puoi scordare, - ha fatto Barbara scuotendo la testa. - Non m'importa se mi picchi. Il Teschio si è messo in piedi e le si è avvicinato con le mani in tasca. Tra i denti stringeva una spiga di grano. Le si è parato davanti. Ha allungato il collo. Non è che poi era tanto più alto di Barbara. E nemmeno tanto più forte. Non ci avrei messo una mano sul fuoco che se il Teschio e Barbara facevano a botte, il Teschio aveva la meglio tanto facilmente. Se Barbara lo buttava a terra e gli saltava sopra lo poteva pure soffocare. - Hai perso. Ora ti abbassi i pantaloni. Così impari a fare la stronza. - No! Il Teschio le ha dato uno schiaffo. Barbara ha spalancato la bocca come una trota e si è massaggiata la guancia. Ancora non piangeva. Si è girata verso di noi. - Non dite niente voi? - ha piagnucolato. - Siete come lui! Noi zitti. - Va bene. Ma non mi vedrete mai più. Lo giuro sulla testa di mia madre. - Che fai, piangi? - Il Teschio se la godeva da matti. - No, non piango, - è riuscita a dire trattenendo i singhiozzi. Aveva dei pantaloni di cotone verdi con le toppe marroni sulle ginocchia, di quelli che si compravano al mercato dell'usato. Le andavano stretti e la ciccia le ricadeva sopra la cinta. Si è aperta la fibbia e ha cominciato a slacciarsi i bottoni. Ho intravisto le mutande bianche con dei fiorellini gialli. - Aspetta! Io sono arrivato ultimo, - ho sentito che diceva la mia voce. Tutti si sono girati.

Da Io non ho paura